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Bull Mountain

Bull Mountain: la maledizione della montagna

Bull Mountain è il romanzo d’esordio di Brian Panowich, autore americano già entrato nel gran consiglio dei maestri del noir che, la cui opera, in Italia è approdata grazie a NN, baluardo delle case editrici indipendenti con una predilezione per i grandi autori americani.

Da tempo noi fan del crime ci aspettavamo un romanzo cattivo, che ci tenesse incollati alle pagine e che avesse il ritmo e il nichilismo dei grandi capolavori statunitensi. Be’, Bull Mountain è quel romanzo.

Siamo in Georgia, Stato americano del sud ancorato a un certo tipo di tradizione, dove l’ombra feroce del razzismo è ancora presente (come in gran parte degli Stati Uniti) e la legge del taglione è l’unica strada da seguire per regolare i conti.

I Burroughs sono i padroni della montagna. All’interno di questo nucleo famigliare serpeggia da generazioni il germe della follia e la crudeltà tramandata da Gareth, spietato capofamiglia, è l’unico linguaggio che i figli conoscono. Dopo quello degli alcolici, la famiglia ora dirige il traffico di marijuana e anfetamine. È un business florido, che vede la partecipazione di tanti altri gruppi criminali… Troppi perché la pace a Bull Mountain possa regnare a lungo.Bull Mountain

Ma non tutti i Burroughs hanno scelto l’illegalità come mestiere. In questo cesto di frutti avariati, c’è Clayton, il figlio minore, che insieme a una donna forte e amorevole ha sposato la legalità.

 

A Bull Mountain niente è come sembra, così come nella scrittura di Brian Panowich. I colpi di scena e il ritmo serrato ribaltano in continuazione struttura e concetti.

Le regole del noir ci sono tutte: mistero, vendetta, perdizione e conseguente tentativo di redenzione, ma vengono stravolte per lasciare spazio a concetti intimisti che dominano il tono del libro. Ancora una volta, il genere fa da contenitore a un dramma più profondo e antico, un dolore che mette in discussione i legami di sangue e il nucleo famigliare, spesso fonte di sofferenza per ogni figlio. Il peso e le colpe dei padri sono veri e propri macigni per le generazioni seguenti, questo Clayton lo sa, e sono proprio i suoi demoni interiori e l’impossibilità di tagliare definitivamente i conti con le sue origini a portarlo alla deriva, in un caleidoscopio emotivo in cui bene e male, buoni e cattivi si confondono.

 

Ci sono rimandi a James Ellroy e Don Winsolw, ma differenza di tanti romanzi in cui il crime può rappresentare anche una riflessione politica, in Bull Mountain la politica è assente. Certo, il contesto fa pensare alla tradizione repubblicana e a quegli schemi di potere incapaci di progredire, ma Panowich non getta la sua storia nell’arena dell’ideologia, ma lascia che sia l’uomo e le sue contraddizioni a creare il motore narrativo.

 

No, non è solo n romanzo di uomini. Le donne hanno un ruolo fondamentale, non sono figure sottomesse ai buzzurri che governano il feudo… Sono personaggi forti, che determinano le sorti non solo degli uomini che stanno loro vicino, ma anche l’equilibrio tra i poteri che dominano la valle. La moglie di Clyaton in particolare avrà un ruolo importantissimo in “Come leoni”, sequel altrettanto potente di questo romanzo.

 

Bull Mountain

Tra le pagine di Panowich, il bilancio tra intimismo e intrattenimento muscolare è calibrato al millimetro: nei suoi capitoli, oltre alla saga famigliare, si fondono western e thriller, il tutto supportato da una scrittura fine e da un montaggio frenetico e squisitamente cinematografico che grida per farsi adattare al grande o piccolo schermo.

 

Bull Mountain è l’inizio di una trilogia proseguita con il già citato “Come leoni” e proseguita con “Nient’altro che ossa” prequel delle vicende narrate nel primo capitolo.

 

Brian Panowich è un grandissimo narratore in grado di creare personaggi indelebili, tensione e una grandissima quantità di azione in romanzi esplosivi capaci di mettere d’accordo ogni tipo di pubblico, dai lettori dal palato fine agli integralisti del noir, fino ad arrivare anche a chi non pratica la lettura come sport.

 

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Catene di gloria

Catene di gloria: la nuova frontiera della violenza

Catene di gloria è un romanzo di Nana Kwame Adjei-Brenyah, autore americano protagonista di quello che può essere definito una “new wave” letteraria composta perlopiù da scrittori di origine africana che non solo riesce a intrattenere il grande pubblico, ma anche ad analizzare la società statunitense e le sue tragedie.

Quotidianamente, i media ci raccontano tragedie, guerre che lacerano le vite e gli equilibri sociopolitici mondiali, ma ci mostrano anche il dramma che si vive ogni giorno nelle carceri: un universo a sé stante in cui le regole interne spesso e volentieri vengono infrante non solo dai detenuti, ma dai tutori dell’ordine.

Catene di gloria

 

Questo problema che non riguarda solo l’Italia, ma anche gli Stati Uniti, ed è questa l’idea su cui si basa la seconda opera di Nana Kwame Adjei-Brenyah, figura di spicco nella narrativa americana già affermatosi al grande pubblico con “Friday Black.

Utilizzando gli strumenti efficaci che la distopia può offrire, lo scrittore ci porta in una nuova America dove non c’è salvezza, le carceri sono fucine di macchine da guerra il cui compito è annientare, la politica è inesistente, e i cittadini sono drogati dal web.

Sono i detenuti a essere i nuovi eroi dell’americano medio in “Catene di gloria”, il reality show più seguito del Paese.  I diversi lottatori, spesso decisamente inferiori per intelligenza e abilità alle lottatrici, hanno il compito di sconfiggere il loro avversario nel modo più cruento e spettacolare possibile in incontri accessibili a tutti.  Sono tanti gli spettatori e tantissime le aziende che sponsorizzano e investono in un gioco al massacro divenuto un’importantissima fonte di guadagno.

“Catene di gloria edito da Edizioni Sur, è un racconto irrorato di sangue e sentimentalismo dove i protagonisti sono i gladiatori del futuro. No, non ci sono raggi laser e cannoni a impulso, le armi dei campioni sono spade, martelli, falci e mazze: strumenti di morte che riportano all’antichità e alla brutalità del combattimento corpo a corpo.

Il ritmo e la struttura, perlopiù composta da flashback e voci narranti che si intersecano a ogni nuovo capitolo, danno spessore a un romanzo che riesce a sedurre un pubblico vasto, composto perlopiù da lettori amanti dell’azione e del thriller, tuttavia, la profonda critica sociale e l’analisi interna di una nazione allo sbando elevano l’opera a qualcosa di più del semplice intrattenimento.

È difficile non pensare che i grandi del postmodernismo come Pynchon e soprattutto Wallace non abbiano influenzato la poetica di Adjei- Brenyah, in particolare nella descrizione del consumismo, dell’egemonia televisiva in grando di influenzare le coscienze e in particolar modo, dello strapotere aziendale capace di dettare leggi e imporre nuove regole, caratteristiche che ci proiettano, ovviamente con le dovute proporzioni, nell’universo di Infinite Jest.

Pur non descrivendo un contesto politico preciso, l’autore punta i riflettori su una questione importante, che ancora oggi non trova risposta: quali sono le possibilità degli ultimi?

È innegabile che “Catene di gloria” sia il ritratto di una degenerazione fascista e di un pensiero che non vede uguaglianza ma solo nomenclature tra gli esseri umani, ma è anche il manifesto del fallimento totale di una sinistra bugiarda e incapace di accogliere e reinserire i reietti nella società. “Succhiami il cazzo America!” urla uno dei personaggi, una frase che non è uno slogan, bensì un grido che non trova risposta tra i potenti del Paese, i quali preferiscono tapparsi le orecchie e produrre spettacolo cannibalizzando il loro stesso tessuto sociale.

È presente però anche un barlume di speranza tenuto vivo proprio dagli ultimi, i protagonisti che stanchi di uccidersi a vicenda, riescono a elaborare un piano per ritrovare un’umanità che erano convinti di avere smarrito.

Ci sono poi i personaggi più vicini a noi, quelli che ancora possiedono la capacità di capire e contrastare la follia che regge il reality “Catene di gloria”. Gli attivisti che popolano il libro infatti simboleggiano la fiducia che l’autore coltiva, anche se con qualche difficoltà, nei confronti del proprio Paese.

Vale davvero la pena avventurarsi in un romanzo lungo e intenso come “Catene di gloria” e scoprire una nuova voce made in Usa che, proprio come S.A Cosby e Colson Whitehead (premio Pulitzer per “La ferrovia sotterranea) riesce a raccontare un’America violenta e lontana da come ce la siamo sempre immaginati, ma che comunque non smetterà mai di affascinarci.

 

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Primo Levi

Primo Levi: i sommersi e i salvati

Primo levi, con il suo “I sommersi e i salvati” ci consegna un testo pieno, abbagliante e incredibilmente profetico. Oltre a essere una delle testimonianze più lucide e importanti riguardo le atrocità del nazismo, questo libro è un documento e un manifesto che lo scrittore proietta al futuro.

 Molti potrebbero accingersi alla lettura dell’ultimo volume di Primo Levi con la foga di conoscenza che anima l’appassionato di storia e in particolare, degli eventi tragici che hanno puntellato la Seconda Guerra mondiale, insomma, un’altra spietata radiografia del Lager, un “sequel” o, considerandolo erronaeamente, un epigono del capolavoro di ogni tempo “Se questo è un uomo” e di altri libri fondamentali sui campi di annientamento nazisti,L’inferno di Treblinka” del giornalista sovietico Vasilij Grossman.

 

“I sommersi e i salvati” non è un compendio sul sadismo degli aguzzini tedeschi e austriaci, i protagonisti non solo soltanto le guardie dei centri di sterminio e i deportati, quelli che sono stati disumanizzati, gassati e infine bruciati, no, i protagonisti di questo straordinario libro, siamo noi.

Primo Levi

Noi, gli abitanti di quella che sapientemente Primo Levi definisce zona grigia, quell’enorme banco di nebbia in cui vivono collaborazionisti di diversa natura, persone che traggono profitto dalla guerra, chi sta comodo nelle proprie “tiepide case” o chi, per  paura, sceglie di starsene in disparte.

 

Ed è proprio la paura l’emozione che tormenta Primo Levi  in “I sommersi e i salvati”, il terrore che tutta quella ineffabile sofferenza e l’indescrivibile tragedia che lui e altri hanno vissuto non serva a nulla, venga cancellata con un enorme colpo di spugna dal tempo, dai nuovi governi, da una società che si trasforma ed evolve.

 

Purtroppo, le previsioni di Levi si sono avverate: le tragedie del passato non sono un monito affinché certi orrori non si ripetano più, bensì peggio: sembrano essere diventate una scusa per coltivare un nuovo male che sta infestando sempre più prepotentemente il mondo di oggi.

La zona grigia  è quella foschia spessa e buia da cui emergono cronache ingannevoli e propagandistiche che condizionano le coscienze di tutti noi. 

Oggi la memoria dei massacri del passato pare distrutta. I suoi frammenti perdono consistenza, si polverizzano per formare una calce nuova a sostegno di un mondo dalla dubbia configurazione.

Ora esiste solo la narrazione del male contro il bene, un bene che finanzia in modo più che massiccio il leader egomaniaco ucraino per combattere la guerra allo psicopatico Zar russo in un conflitto inteso come strumento salvifico della libertà (?) europea, per non parlare poi dell’altro fronte, quello mediorientale, all’interno del quale lo sterminio continuo di civili palestinesi viene raccontato come guerra al terrorismo islamico.

 

Primo Levi

“Essere ebrei ed essere contro Israele” è il titolo di un articolo uscito sulla rivista Lucy qualche giorno fa. Un titolo importante, che pone l’accento su una questione che sembra andare contro la storia della religione ebraica e la sua memoria.

Proprio Primo Levi sostiene che la memoria sia l’unico strumento capace di resistere agli urti del tempo, un attrezzo importante per costruire un futuro diverso. Ma adesso quella memoria così preziosa e unica viene quotidianamente violentata e mistificata per interessi politici. Oggi comanda la soluzione manichea e il nazionalismo, uno dei tanti cancri moderni.

La scrittura di Levi sovente è stata considerata fredda, di dubbio valore stilistico, ma è tutto il contrario: la sua prosa è frutto di una precisa scelta espressiva. Il chimico torinese sosteneva con forza di non poter credere in nessun Dio dopo la sua esperienza ad Aushwitz.  Si è sempre dichiarato un uomo di scienza e come tale, ha sempre cercato di analizzare e raccontare la tragedia utilizzando un’ottica scientifica, non deformata, priva di sentimentalismo esasperato proprio perché il campo di sterminio era il regno della disumanità.

Tutta la sua opera è una continua analisi del blackout, del cortocircuito che ha condotto l’umanità verso il baratro. Nei suoi testi non emerge alcun credo religioso, non esiste alcuna contaminazione politica, c’è l’essere umano, la sua provenienza, la sua anima a volte forte, a volte debole, i sommersi e i salvati per l’appunto.

Negli ultimi tempi, l’arte ha preso direzioni diverse nel racconto delle atrocità naziste, puntando la lente di ingrandimento proprio sulle persone che stavano in mezzo ai due estremi, pensiamo solamente a film come “La zona d’interesse”, opera cinematograficamente discutibile, ma di forte efficacia, oppure a “Il figlio di Saul” di qualche anno fa.

Non occorre arrivare al Lager. Il campo di concentramento è il compimento massimo, la cuspide, la fase terminale di un’infezione che ha già necrotizzato le nostre menti e le nostre anime. Prima del Lager c’è la sopraffazione e la violenza, c’è l’annullamento della diversità e dei diritti altrui: dolori e violenze che abbiamo davanti a noi ogni giorno.

È la materia che sta al centro dei due poli quella più malleabile, ed è compito nostro fare in modo che la memoria del dolore e  l’eredità di Primo Levi, non vengano cancellate.

 

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A suangue freddo

A sangue freddo: romanzo immortale di Capote

“A sangue freddo” è forse l’opera più celebre del leggendario Truman Capote, autore americano controverso, di culto, rivoluzionario e sregolato.

Di questo romanzo si è parlato tanto e non si smette di citarlo. Capostipite di un genere, il “romanzo verità” di Truman Capote parla a ogni generazione, supera le barriere del tempo e sbalordisce per la sua incredibile modernità.

Inizialmente, il celebre scrittore si avvicinò al terribile caso in veste di giornalista per il New Yorker, ma gli bastò mettere piede in Kansas, respirarne la brezza e osservare le distese di campi che costeggiavano la casa dei Clutter per capire che quello che aveva davanti era un materiale troppo ampio stratificato e per un solo reportage.

A suangue freddo

Ancora oggi è sbalorditiva la lucidità e soprattutto l’imparzialità con cui Capote abbia affrontato questa avventura. Tra queste pagine si fondono sociologia e psichiatria e giornalismo senza la mimina contaminzione politica o ideologica.

Capote si spoglia di ogni preconcetto, mette a disposizione il suo talento sconfinato per analizzare il male che ha scosso la cittadina attraverso un montaggio alternato in cui si mescolano passato e presente, oltre ai diversi punti di vista delle persone coinvolte.

Non solo gli assassini, Perry e Hickock, ma anche le storie private del signor e la signora Clutter, dei figli e della comunità, un vero e proprio caleidoscopio di episodi, informazioni e risvolti psicologici in grado di fornire al lettore una mappatura completa del massacro e un inquadramento storico ben definito.

 

Siamo infatti all’inizio degli anni Sessanta,  Capote, dopo l’overdose di successo avuto con “Colazione da Tiffany” decide di cambiare rotta ed esplorare l’oscurità, affrontando di petto il male mettendo al centro la sua anima di scrittore e antropologo.

Sfida l’opinione pubblica (si fa fotografare con i due assassini), scava, si incapriccia di uno dei carnefici (Perry) eppure riesce sempre a mantenere un controllo totale della materia che tratta e conseguentemente della scrittura. Questo non significa che il libro sia un glaciale trattato di criminologia, anzi, il contrario: “A sangue freddo” è un libro che riesce ad andare a fondo, al centro dell’anima dei personaggi che lo popolano e al cuore di chi legge.

Nella letteratura italiana, un altro grande scrittore ha deciso di confrontarsi con la cronaca, decidendo di raccontare un caso che ha scosso il nostro paese: la morte di Luca Varani, un giovane che dopo ore di sevizie è stato ucciso da due giovani uomini della cosiddetta Roma bene.

A sangue freddo

Lavorare con la fantasia è molto difficile, ma immergere le mani nella melma della realtà, penso sia ancora più difficoltoso.

Come Capote, Lagioia non sale in cattedra e non elabora sentenze. Non si ha l’impressione che guardi la storia dall’alto di un cielo plumbeo, ma che ci sia in mezzo, che la osservi ad altezza uomo.

Attraverso la scrittura mette ordine nel caos della tragedia, la assorbe, la elabora, rivelandosi con onestà per poi diventare, infine, spettatore.

Leggere “La città dei vivi” ed entrare nell’appartamento di via Igino Giordani a Roma, significa guardare in faccia lo spirito autodistruttivo che alberga in ognuno di noi, in grande o microscopica parte.

A sangue freddo” e “La città dei vivi” sono libri molto simili e allo stesso tempo diversi, con due identità definite, ma entrambi distorcono le nostre coscienze, ci fanno del male, ma tutti abbiamo bisogno di scandagliare i lati oscuri del genere umano, e non esistono mezzi più efficaci del cinema e della letteratura.

 

A sangue freddo

 

 

Con “A sangue freddoCapote ebbe un successo straordinario. Le vendite e i diritti cinematografici lo resero ancora più ricco e famoso, ma dopo quel romanzo, la sua esistenza cominciò a deragliare: i suoi problemi con l’alcol si acutizzarono e l’uscita di “Preghiere esaudite” il suo ultimo romanzo, ne segnò la rovina. La fine di uno dei più grandi scrittori di sempre.

Oltre alla lettura imprescindibile di questo capolavoro, consiglio anche la visione di “Capote”, film del 2005 diretto da Bennet Miller e interpretato, magistralmente, dal compianto Philip Seymour Hoffman.

 

 

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Melvill

Melvill: Rodrigo Fresàn rivisita il classico.

Melvill è il nuovo romanzo di uno degli autori più mirabolanti e originali del panorama letterario contemporaneo. 

Sì, il titolo (con una e in copertina volutamente offuscata, scoprirete perché) suggerisce chi sarà il protagonista del vortice in cui ci ritroveremo coinvolti già dalla prime righe; tuttavia, non sarà l’avventuriero e scrittore che rivoluzionò la letteratura con il suo Moby Dick, bensì il sangue del suo sangue: il padre Allan, a sua volta esploratore e uomo dalle mille vite.

Esistono romanzi dove la trama è dominante,libri dove la costruzione e l’evoluzione drammaturgica spesso arrivano prima della voce dell’autore. Oggi è sempre più raro imbattersi in quelle storie dove invece sono le sperimentazioni linguistiche a dominare la trama, una storia che può essere satura di avvenimenti oppure scarna e lineare, ma con uno stile riconoscibile e unico che riesce a diventare racconto pagina dopo pagina.  Melvill è uno di quei romanzi sempre più rari.

Rodrigo Fresàn, autore argentino che abbraccia la corrente postmoderna, è approdato nuovamente in Italia (dopo i giardini di Kensigton edito da Mondadori) con lo spettacolare “La parte inventata” qualche anno fa, nel 2019, periodo che oggi, con la pandemia alle spalle (non diciamolo troppo ad alta voce) pare lontano.

La parte inventata” è un romanzo corposo ed esplosivo tradotto perfettamente, ed eroicamente da Giulia Zavagna, uscito con la casa editrice indipendente Liberaria in un’edizione curata da Alessandro Raveggi e con una prefazione di Vanni Santoni, scrittori italiani assolutamente in sintonia con le sperimentazioni narrative di Fresàn.

Il libro edito da LiberAria ha avuto una buona circolazione e ha permesso al pubblico di (ri)conoscere uno scrittore talmente originale da risultate allergico a qualsiasi aggettivo, proprio come Melvill è un romanzo difficilmente classificabile. Melvill

Si tratta di una biografia certo, ma è una vita che si mescola al fantastico, al viaggio fisico e soprattutto mentale, un saggio e un’analisi delle opere di un grande scrittore narrato da uno scrittore altrettanto grande, che omaggia e allo stesso tempo si sotituisce al protagonista in un continuo gioco di specchi (o meglio, di quadri) e digressioni di trama.

Mondadori sceglie di inserire nel suo catalogo un titolo, tradotto sempre da Giulia Zavagna,  più accessibile rispetto all’opera precedente, un libro capace di attirare un pubblico di lettori meno attento alle realtà editoriali indipendenti, ma non per questo meno desideroso di essere stimolato e rapito dai grandi narratori.

Un viaggio dentro la pazzia

Chi si aspetta un racconto biografico lineare e semplice, molto probabilmente rimarrà deluso.

Melvill   si compone di tre parti, ognuna diversa ma in sintonia con la precedente. Nella prima, decisamente più impegnativa, conosciamo la biografia di Allan, le sue avventure e le persone importanti della sua esistenza. Queste pagine sono raccontate seguendo diversi livelli narrativi, quello del racconto e quello delle note che lo accompagnano e lo spezzettano. In questo segmento troviamo un primo sfasamento temporale: le note sembrano arrivare da un tempo futuro e hanno la voce del figlio Hermann, che qui veste i panni di biografo. Sono paragrafi lunghi, che non lasciano un attimo di sosta al lettore, sfidando la sua concentrazione e soprattutto la sua pazienza.

Nelle parti successive invece,  il racconto vero e proprio spicca il volo. Allan, ormai morente, squassato dalla febbre e legato a un letto, inizia a viaggiare. Ci ritroviamo così in un labirinto fatto di parole, visioni e nuovi salti temporali. Con una abilità sbalorditiva, in Melvill,  Fresàn riesce a descrivere qualcosa che per sua natura è l’essenza dell’ineffabilità: il delirio.

 

Melville

Come si può dare una struttura, un ritmo e una configurazione al primo passo che conduce alla follia?

L’autore argentino ci riesce, modella, dà corpo e fa esplodere le parole con coerenza e lucidità senza far perdere potenza al racconto, tenendo lontano dalle pagine le trappole della noia.

Grande amante della letteratura fantastica (è un appassionato studioso e lettore a dir poco insaziabile) Fresàn dipinge mondi coloratissimi e vivaci utilizzando un linguaggio ricercato ma allo stesso tempo accessibile, incalzante e giocoso. Un viaggio che diventa anche sensoriale.

Il gioco (serio) sembra essere un ingrediente fondamentale per lo scrittore, qualcosa che irrora in continuazione la letteratura, una componente senza cui i racconti non esisterebbero.La letteratura è intrattenimento, certo, ma il veicolo di riflessione sul cosa significhi vivere e scrivere, che per Fresàn, sono la stessa cosa.

La sua prosa vertiginosa  potrebbe risultare manieristica e a molti indigesta, ma superato quello scoglio non ci si ferma più, e arrivare in fondo a quelle pagine diventa un chiodo fisso fino a quando non si giunge ai ringraziamenti.

Melvill è un libro imperdibile. 

 

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Richard K Morgan

Richard K Morgan: l’erede al trono di spade

Richard K Morgan è autore di genere, punta di diamante del Grimdark Fantasy e degno allievo di George RR Martin. Un discepolo tanto bravo da superare di gran lunga il maestro.

Insegnate di inglese in varie università, esordisce nel 2002 con Altered Carbon, primo capitolo di una trilogia conclusa nel 2005 che mescola sapientemente fantascienza, noir, distopia e azione. Morgan diventa presto uno scrittore a tempo pieno, conquistando la critica e il  pubblico con opere ad alto tasso di intrattenimento, analisi e critica sociale.

Richard K. Morgan si fa le ossa studiando i maestri che lo hanno preceduto: Asimov, Philip K. Dick, Arthur C. Clarke, ma il suo apprendistato non si limita solo alla conoscenza dei grandi nomi della science fiction, impossibile infatti non riconoscere nelle sue opere un’ammirazione sconfinata per autori come Raymond Chandler, Howard Philip Lovecraft e sì, anche il maestro dei maestri del Fantasy: J R R Tolkien.

Proprio come George R.R Martin, l’autore de “Le cronache del ghiaccio e del fuoco” (piccola digressione: recuperatevi “Le torri di cenere” bellissimo libro di racconti, cult di fantascienza che contiene il capolavoro “A song for Lya”) Morgan decide di cimentarsi con il Fantasy per adulti, quello sanguinario e oscuro che scardina i paradigmi classici del bene contro il male per trascinare il lettore in un regno dominato dalle tenebre, dai conflitti e dai tradimenti, specchio e metafora di una modernità che ogni giorno abbiamo davanti agli occhi

In un’intervista, Richard K Morgan ha dichiarato di non avere faticato a concepire una saga Fantasy dopo tanta fantascienza. Anche se possono sembrare generi speculari, in realtà sono esattamente gli opposti per ritmo e possibilità narrative, ma Morgan sembra nato per scrivere di magia, riti oscuri e soprattutto battaglie a colpi di spada.

Richard K Morgan

Oscar Mondadori propone una nuova edizione della trilogia, già apparsa anni fa in Italia per un editore più piccolo, in una nuova veste grafica luminosa e accattivante e con una nuova traduzione, il tutto a cura di Edoardo Rialti, traduttore di “Fuoco e sangue” l’ultimo romanzo di Martin.

Cosa resta degli eroi” è una trilogia potente e con personaggi indelebili alle prese con un mondo in rovina. Un mondo devastato dalle guerre e dalla cattiveria.

I capisaldi del Fantasy Martiniano ci sono tutti: magia, corruttele, ultraviolenza, sessualità spinta.  Richard K Morgan è un narratore abilissimo, capace di intessere una struttura per fetta sostenuta da una prosa raffinata e soprattutto, di distaccarsi dal patriarca americano (geniale e furbacchione) per proporre qualcosa di estremamente personale.

Riesce infatti a introdurre elementi fantascientifici all’interno del Fantasy con grandissima maestria.

Leggendo “L’acciaio sopravvive” non si avverte uno scollamento tra gli elementi, questo romanzo non è un’accozzaglia di suggestioni, ma un’opera sincera e spettacolare.

Ringil, Archet e Egan sono i protagonisti di questa meravigliosa saga. Tre reietti, soldati traditi che cercano di mantenere intatta la propria etica e il proprio senso dell’onore. Combattono (forse) per ritrovare loro stessi, combattono perché sperano in un mondo migliore.

Ma non sono santi, bensì caratteri vendicativi e spietati, eppure non si può fare a meno di affezionarsi a tutti e tre dalle prime pagine, soprattutto a Ringil, il protagonista: nobile omosessuale cinico, disperato e guerriero impavido, abilissimo con la spada e dotato un’intelligenza cristallina.

Li scopriamo lentamente attraverso l’alternanza dei capitoli, così come ricostruiamo la configurazione dell’Impero per il quale questi eroi hanno combattuto. Le scene d’azione sono esplosive,  lo splatter inonda le pagine, ma non non mancano momenti di estrema calma e riflessione.  I nemici poi sono affascinanti quanto i personaggi principali, figure oscure, simili agli esseri umani ma con caratteristiche del tutto aliene.

Insomma, gli ingredienti per un’avventura in grado di rapire ogni lettore amante del genere (e non solo) ci sono tutti.

Iniziare con “L’acciaio sopravvive” significa avventurarsi nel mondo di uno scrittore sapiente e di razza, uno spazio unico, che porta la firma di Richard K Morgan

 

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Edward Bunker

Edward Bunker: il grande noir di Mr. Blue.

Edward Bunker è noto al grandissimo pubblico per aver interpretato il celebre Mr. Blue in “Reservoir Dogs” leggendaria pellicola scritta e diretta da un quasi-esordiente Quentin Tarantino.  

Sì, il citazionismo di Tarantino è famosissimo, tanto maniacale da riuscire a riscovare titoli sconosciuti, piccoli cult e gioielli (più o meno brillanti) di ogni genere cinematografico.

Nel caso di Mr. Blue però, Tarantino non ha scritto quella parte (poco più di un cameo) per omaggiare un regista o un film in particolare, ma per celebrare un maestro del noir, un autore che attraverso i suoi romanzi è riuscito a corroborare una passione rovente nei confronti di un genere che ha segnato la cifra stilistica dei primi capolavori del maestro del pulp.

Bunker si è avvicinato al mondo del cinema prima come consulente di film noir, poi come sceneggiatore. C’è voluto un po’ prima che si ritrovasse  a recitare. Ma come poteva essere altrimenti?  Edward Bunker aveva un volto che riusciva a sedurre la macchina da presa, uno sguardo algido e al tempo stesso incandescente, un’espressività misteriosa, tagliente, segnata dal tempo e dai drammi personali, gli sfregi  di una vita passata dietro le sbarre.

Sì, Bunker ha iniziato a leggere in galera. È stato il più giovane detenuto della storia nel carcere di S. Quentin (ironia della sorte) e lo scrittore che meglio è riuscito a rappresentare la tragedia del regime carcerario.

Edward era un bambino problematico, sbattuto in orfanotrofio a pochi anni e con una avversione particolarmente spiccata nei confronti delle regole. Fughe, atti di vandalismo, poi i primi furti e le rapine. Edward  Bunker non si è mai macchiato di delitti, non ha mai pervertito la sua anima al sangue, ma non è mai stato una vittima, se non di sé stesso e della sua disgrazia: essere un rifiuto della società che ha come unica possibilità il furto e lo spaccio di droga per “alzare” i dollari necessari a vivere. Ma presto la mano scappa e quando la posta in gioco aumenta, il rischio di finire in carcere per parecchi anni è dietro l’angolo.

La letteratura non è mai stata un passatempo per evadere, almeno mentalmente, dalle mura della prigione. Fin da ragazzino ha dimostrato un particolare predisposizione alla lettura, l’attività che a lui piaceva “più che respirare” e che gli ha impedito di perdere completamente la ragione durante gli anni di detenzione.

Le biblioteche delle prigioni erano abbastanza fornite, e dopo avere letto tutto quello che è riuscito a procurarsi, concentrandosi particolarmente su Dostoevskij, Tolstoj e Hemingway, Bunker inizia ad accarezzare la possibilità di inventare le sue storie. Riceve in regalo una macchina da scrivere da una sua vecchia amica e così, inizia a scrive i suoi primi racconti.

Dopo anni e successivamente  all’uscita dal carcere nel 1975, trova un editore e la tranquillità.

Il suo primo romanzo “Come una bestia feroce” è un testo fortemente autobiografico che ha come protagonista, ovviamente, un ex detenuto che si trova ogni possibilità preclusa visto il suo passato e che quindi, per rabbia e disperazione, tornerà a delinquere progettando una rapina. Ne viene fatto anche un buon adattamento con protagonista Dustin Hoffman e lo stesso Bunker in una piccola parte.

 

Edward Bunker

Seguono “Animal Factory” romanzo più breve ma non per questo meno intenso, che narra di un’amicizia tra un vecchio detenuto e un giovanissimo appena entrato a S. Quentin.

E poi Little Boy Blue, divino romanzo di formazione che narra l’infanzia travagliata di un figlio della California tanto luminosa quanto retrograda del dopoguerra, e successivamente “Cane mangia cane, probabilmente il suo apice narrativo, un romanzo in cui si condensa tutta la sua poetica (carcere, società diffidente, violenza e malvagità) e una spettacolare dose di azione calibrata a un’intelaiatura drammaturgica priva di sbavature.

Edward Bunker

 

Una manciata di romanzi a cui è seguito “Educazione di una canaglia” autobiografia imperdibile per i fan dello scrittore e per gli amanti del noir, e infine “Stark” e “Mia è la vendetta” entrambi pubblicati postumi.

A rendere grande il romanzesco di Edward Bunker non è tanto l’esperienza, assolutamente importante, che lui ha fatto all’interno dei penitenziari, vissuto che gli ha permesso di raccontare con lucidità le contraddizioni di un governo a cui non interessa recuperare i detenuti, ma nel talento cristallino nel riuscire irrorare le sue pagine di un’umanità strabordante. La complessità dei suoi personaggi è unica e la sua capacità di descrivere il sottobosco carcerario è davvero sbalorditiva: si riesce a percepire l’odore del sangue, delle feci, della paura. L’inferno delle rivolte è talmente vivido da schizzare fuori dalla pagine, così come lo sono le rapine, gli inseguimenti e le sparatorie.

I delinquenti di Edward Bunker non sono buoni, non c’è mitizzazione, vengono raccontati con durezza, ma allo stesso tempo con squarci di meraviglia. I suoi protagonisti riescono a rimanere abbacinati da un tramonto sulla costa e dai colori pastello delle lande californiane. Gioiscono delle passeggiate notturne e del sesso con le prostitute, progettano un’esistenza migliore e conservano una vitalità furiosa nonostante i disastri a cui vanno incontro.

Non manca una visione attenta della società americana: meschina, attaccata al potere e indifferente alla sofferenza degli ultimi. L’amore di Edward Bunker per la sua California equivale al suo disprezzo per il finto perbenismo americano. Ecco perchè lo scrittore è così apprezzato in Europa. Attraverso il genere, la sua penna ha vivisezionato gli orrori e le violenze della terra dei sogni, un luogo sognare e vivere non è affatto semplice.

Non occorrono tanti romanzi per segnare indelebilmente l’anima di un lettore, in pochi, ma importantissimi titoli, Bunker ci è riuscito, per questo è uno scrittore immortale, che merita di stare vicino ai maestri che hanno raccontato il mondo attraverso il noir, come James Ellroy e Don Winslow.

Sì, Mr. Blue è proprio un personaggio pazzesco.

 

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Tarantino

Quentin Tarantino: Cinema Speculation

Quentin Tarantino è tra gli autori cinematografici più famosi degli ultimi tempi.

La sua fama è riuscita a sorpassare i confini degli appassionati di cinema, riuscendo a fargli guadagnare una popolarità da vera e propria rockstar, un fenomeno di culto, capace di conquistare il pubblico di ogni età.

Il cinema americano ha attraversato diverse fasi, ognuna delle quali ha visto esploratori del linguaggio come Griffith, Chaplin, Keaton, signori del muto che hanno tracciato la strada al grande spettacolo che sarebbe venuto dopo,  quello di John Ford, la rivoluzione del linguaggio di Welles, la Hollywood delle grandi produzioni, del technicolor e del cinemascope.

E ancora le commedie e i noir senza tempo di Billy Wilder, la Hollywood classica che sarebbe stata bersagliata dalle pallottole di Peckinpah, padre putativo di Scorsese, Coppola, Spielberg e De Palma, i ragazzacci della New Hollywood, simboli di un cinema di resistenza in grado di elaborare i drammi interni degli Stati Uniti senza paura. Corrente arenatasi negli anni Ottanta, periodo non privo di capolavori, ma che ha vissuto momenti di profonda crisi con il dilagare dell’home video e la chiusura di diverse sale d’essai,

E poi arrivano gli anni Novanta. Quelli della California di Paul Thomas Anderson, della New York di Ferrara e dei mafiosi di Scorsese, dell’introspezione di Gus Van Sant,  degli afroamericani di Spike Lee dell’America di Robert Altman.

 Ma quella decade vede un solo e unico incontrastato sovrano: Quentin Tarantino, un meteorite che ha squarciato il cielo e rivoluzionato i generi attraverso la sua furia inventiva.

Quentin Tarantino, il regista che si gioca il titolo di più grande cinefilo della storia assieme a Martin Scorsese, Tarantino produttore e scopritore di giovani registi (a volte vere rivelazioni, altre clamorosi bluff), Tarantino promoter di film stranieri e pellicole sconosciute ai più tornate alla ribalta grazie ai suoi elogi, Tarantino, sceneggiatore ed ex commesso di un video noleggio che dopo qualche lezione di recitazione presentò una sceneggiatura alla moglie di un certo Harvey Keitel, e il resto è storia che conoscono tutti.

Cinema Speculation” mostra un altro lato del maestro, quello che è sempre stato accennato in diverse interviste e dibattiti, ma che in questo volume uscito in Italia grazie a La nave di Teseo, esplode in tutta la sua cristallina sincerità, quello del critico cinematografico.

Il libro mescola magistralmente saggio e autobiografia, regalandoci un Tarantino che sveste i panni del grande autore che tutti conosciamo, per raccontare il suo percorso di spettatore. Un bambino insaziabile di visioni, divoratore di film di qualunque tipo che presto divenne un disciplinato autodidatta tanto abile nella lettura di un film da fare invidia ai più raffinati filologi e agli storici del cinema più esperti.

Si parte dalla sua infanzia ripercorrendo la fine degli anni Sessanta, periodo segnato dalle difficoltà economiche, dalla figura paterna mancante (rimpiazzata dal compagno di sua madre, con il quale il piccolo Quentin ebbe un ottimo rapporto) passando al trauma di Bambi per poi entrare nei Settanta, decade in cui Tarantino inizia a frequentare assiduamente la sala assieme a sua madre e al suo patrigno.

Cinema Speculation diventa così un racconto di formazione, la storia di un ragazzino che riflette sul mondo e sulla vita attraverso i film.

Tarantino

 

Con uno stile semplice e incalzante, Tarantino si concentra sulla New Hollywood, in particolare su Sam Peckinpah, l’alfiere di una delle correnti che più lo hanno influenzato anche se non l’unica, perché non possiamo dimenticare il cinema asiatico e anche la Nouvelle Vogue, giusto per cintarne un paio.

L’autore parla a ruota libera di sensazioni, emozioni, aneddoti e storie legate ai film che ha amato mettendo spesso a confronto i romanzi da cui sono stati tratti con la sceneggiatura da cui ha preso vita la pellicola.

Analizza e studia le regie dei suoi eroi con precisione chirurgica creando ritratti appassionati di De Palma, Spielberg, Scorsese, Paul Schrader, Don Siegel

Ma i protagonisti del libro non solo sono i registi e gli sceneggiatori.

Tarantino cresce nel mito di Steve McQueen e Burt Raynolds, e sceglie di omaggiare anche diversi attori oggi dimenticati, come per esempio Barry Brown, di cui riporta un articolo scritto da quest’ultimo sulla tossicodipendenza di Bela Lugosi.

Non dimentichiamoci che Quentin ha sempre avuto una grande passione per la recitazione e da ragazzino, il suo sogno era quello di diventare attore, ecco perché spesso lo vediamo ritagliarsi un cameo o parti destinate a fare la storia, come quella di Jimmy in Pulp Fiction, solo per citarne una.

 

Tarantino

Ma cinema Speculation non è solo una lode agli idoli di Quentin, è soprattutto un’analisi storica e perché no, anche politica di un cinema sul quale l’autore si è formato.

Ecco perché non risparmia niente, riportando analisi e pensieri  in grado di fargli attirare anche più di un detrattore, ma la passione e la genuinità con cui Tarantino ci fa entrare nella sua mente, nella sua storia e nel suo cuore, è la stessa che ha fatto amare a tutti noi il suo cinema.

 

“Quentin, mi preoccupa di più se vedi i telegiornali, un film non può farti male”

 

Diceva sua madre. Oltre alla verità e alla saggezza di questa affermazione (che oggi vale più che mai) la frase si può interpretare come una summa del gusto e dell’universo tarantiniano: la finzione è sempre meglio della realtà, attraverso essa si può manipolare qualunque cosa, compresa la violenza.

Con questo nuovo libro prende vita il progetto che il leggendario autore delinea da anni una volta appeso l’ultimo rullo di pellicola (35mm sempre!) al chiodo, quello di diventare scrittore a tempo pieno.

Dopo il romanzo “C’era una volta a Hollywood”, erroneamente  giudicato da alcuni solo come una trovata commerciale e una trasposizione su carta dell’opera del 2019, quando in realtà è la sua espansione, Quentin ci regala un’altra perla.

 

Tarantino

 

Cinema Speculation è un la storia del cinema, o meglio di un cinema secondo uno spettatore che nonostante il successo planetario, la ricchezza e la venerazione di fan in tutto il mondo, non ha mai smesso di essere tale.  Un viaggio tutto da leggere nel quale ridere, appassionarsi e sì, anche commuoversi.

 

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Works

Works: il lavoro secondo Vitaliano Trevisan

“Works” è forse il libro più famoso all’interno di uno scrittore che non smette di stupire e di conquistare sempre più ammiratori.

 Vitaliano Trevisan è stato uno scrittore originalissimo, un drammaturgo raffinato e un attore notevole. Ma prima di dedicare la sua vita alla scrittura, quella di Trevisan è stata un’esistenza caratterizzata da mestieri di ogni tipo.

In Works, l’autore decide di raccontare e documentare, attraverso il suo stile maniacale e frenetico, tutti i mestieri che ha praticato prima di riuscire a ottenere il riconoscimento artistico, che da quanto racconta, non ha mai inseguito con troppa determinazione.

Trevisan era un uomo comune, che intendeva il lavoro come fonte di sostentamento, certo, ma anche un mezzo attraverso il quale fuggire dalle proprie angosce, oppure soccombere a esse proprio perché la vita ci costringe a fare un mestiere che non sentiamo nostro, gettandoci una gabbia capace di farci impazzire giorno dopo giorno.

Ripercorrendo la sua esistenza, delinea con sincerità i guai e le corruttele di un sistema che molto spesso fatica a riconoscere al lavoratore il compenso che gli spetta, per non parlare dei contributi necessari al fondo pensionistico e la regolamentazione dei contratti. Al nordest (come in tutta Italia del resto) il lavoro nero è infatti una pratica estremamente diffusa e preferita da molti, che siano piccoli imprenditori oppure dirigenti di azienda che si avvalgono di professionisti esterni.

Trevisan ha fatto di tutto: l’operaio, il geometra, il lattoniere, il gelataio in Germania, il portiere di notte e il giardiniere… Tuttavia, Works non è un’opera autocelebrativa di un autore che prima di dedicarsi completamente all’arte ha dovuto spezzarsi la schiena per mancanza di soldi, Works è il ritratto di una vita ordinaria in cui il caso va di pari passo con l’ossessività e la disperazione del suo protagonista: un personaggio, Trevisan, che non ha niente dell’eroe, ma tutte le sembianze di un antieroe, e per questo incredibilmente sincero e affascinante.

 

Works

In queste numerose pagine, lo scrittore vicentino non risparmia niente. Valuta il mercato del lavoro e la sua evoluzione con occhio chirurgico, urla il proprio disprezzo per una certa politica destreggiante, ma non salva nemmeno il partito comunista, spesso più corrotto dei liberali e di alcuni barracuda democristiani.

Non idealizza il lavoro del proletariato ma ne evidenzia le contraddizioni, raccontando i dolori e le ansie vissute dopo le violentissime liti con i suoi principali, analizza il rapporto spesso travagliato con i colleghi, e infine rivivere con gioia le parentesi lavorative che reputa estremamente positive, come per esempio il periodo in cui fece il lattoniere, il mestiere che più ha amato perché, sottolinea, si svolgeva all’aria aperta e molto spesso a grandi altezze.

Attorno alle sue vicende lavorative e private, si dipana un contesto storico e politico molto preciso, dominato dalle dipendenze e dalle illusioni politiche.

In quegli anni, Trevisan confessa di avere sovente utilizzato diverse droghe sintetiche, e la sua avventura di piccolo spacciatore, che considera un mestiere pari a tutti gli altri, è raccontata con dovizia di particolari. Benedice le sostanze psichedeliche proprio come tesse le lodi degli psicofarmaci di cui faceva uso regolarmente e senza i quali, molto probabilmente la depressione lo avrebbe inghiottito molto prima della sua prematura scomparsa nel 2022.

Non mancano inoltre gli attacchi all’industria culturale, in particolare del cinema e del teatro, arte per la quale Trevisan ha scritto diverse drammaturgie.

Anche se il mondo dello spettacolo lo ha sempre corteggiato e trattato con venerazione (pensiamo solo a Garrone e al suo film “primo amore” dove Trevisan è attore protagonista) l’autore non si è mai sentito a proprio agio sotto i riflettori, per non parlare dei contrasti avuti con gli attori e i registi che mettevano in scena i suoi testi, la maggior parte delle volte protagonisti dello spettacolo italiano.

 

Ma a Trevisan non interessavano le etichette, i privilegi, i clan culturali e le correnti di pensiero.  La sua scrittura rappresentava la sua anima e la sua libertà intellettuale, non poteva accettare compromessi e di certo non avrebbe permesso a qualcuno di violare il suo mondo, quello che abbiamo conosciuto nei suoi romanzi precedenti come “I quindicimila passi” oppure le sue drammaturgie.

Un uomo non facile certo, spesso in conflitto anche con sé stesso, ma di cui dobbiamo ricordare l’opera e celebrare il coraggio.

 

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Ammaniti

Ammaniti e la vita intima

Niccolò Ammaniti torna in libreria con “La vita intima”, sua ultima fatica edita da Einaudi.

L’autore romano non ha bisogno di presentazioni. È uno dei pochi in Italia a essere riuscito, almeno per un po’, sia a conquistare legioni di ammiratori, sia folti gruppi di detrattori che sempre, bene o male, hanno aperto accese e profonde discussioni riguardanti la sua opera.

Anche nel caso de “La vita intima”, Ammaniti sta ricevendo lodi da una parte e disprezzo dall’altra, le tifoserie in questione occupano le due curve del panorama editoriale: da un lato ci sono i fan irriducibili (o meglio Le fan…) e dall’altro i critici forcaioli, i quali da sempre lo aspettano al varco sperando in un passo falso che possa condannarlo, vita natural durante, all’oblio.

Ma andiamo per gradi.

Maria Cristina Palma è la bellissima moglie del premier italiano (figura a metà tra il piacionismo di Conte e la freddezza da contabile di Draghi) passa le sue giornate tra palestra e parrucchiere, sopporta le serate di gala in cui deve seguire il marito e cerca di salvaguardare il rapporto con la figlia alle porte dell’adolescenza.

Quando una vecchia conoscenza ritorna dal passato, il mondo di Maria Cristina va in pezzi, facendola precipitare in una spirale di angoscia. C’è un segreto che non si può confessare, o meglio, non può assolutamente confessare a suo marito…

Sono passati sette anni da “Anna”, l’ultimo successo di Ammaniti poi adattato allo schermo dallo stesso autore, che oltre a essere sceneggiatore, ha diretto ogni episodio della serie.

Sette anni sono un periodo lungo, ma non per un autore affermato come Ammaniti, che può concedersi tutto il tempo che vuole, arrostendo i lettori a fuoco lento e concedendosi anche parentesi cinematografiche più o meno riuscite.

La vita intima” dicevamo, è un romanzo che, come suggerisce il titolo, vuole a tutti i costi essere intimista. Lo scrittore ha deciso di sondare un terreno diverso da quello delle province che spesso ha raccontato, per immergersi nell’alta borghesia romana, entrando così nella psiche di una donna in apparenza invidiabile, eppure dannatamente infelice.

Ammaniti

 

Un’intenzione nobile, va detto, anche se forse vista troppe volte. Ma al giorno d’oggi tutto è già stato raccontato, il punto è il come lo si racconta, e Ammaniti ha dimostrato di saper narrare le angosce e i sentimenti come pochi… Però…Però in quest’ultimo romanzo qualcosa scricchiola.

Le situazioni grottesche e paradossali, tipicamente “Ammanitiane” appesantiscono una struttura lineare e i personaggi, specie quelli secondari che viaggiano in parallelo alla vita della protagonista mancano di tridimensionalità e spesso, sembrano solo essere funzionali a una serie di meccanismi che prediligono l’effetto facile al posto del crescendo drammaturgico.

Dove sta il cuore? Quello che Ammaniti è riuscito a donare ai suoi lettori e che gli ha permesso di conquistarsi, più che meritatamente, un ruolo di protagonista nel panorama editoriale degli ultimi vent’anni?

Non si riesce a riscontrare più la sua rabbia, il gusto per la tragedia che irrorava i primi capolavori come “Ti prendo e ti porto via” o “Fango” il sublime libro di racconti che ancora oggi è vendutissimo, giusto per citarne un paio.

Sì, questi titoli appartengono alla prima fase di una strabiliante, ma in questo romanzo non c’è traccia del pulp  con cui lo scrittore ha saputo condire e scuotere la letteratura italiana.

Certo, uno scrittore cambia e si evolve e anche Niccolò Ammaniti non poteva rimanere il solito cannibale, ma non è questo il punto, perché chi conosce bene lo scrittore romano, sa che anche senza una goccia di sangue può fare di meglio, andare molto più in profondità ed essere ancora più spietato nel mettere su carta sentimenti e tormenti comuni a ogni essere umano.

In queste pagine troviamo il governo instabile, un premier non eletto, il revenge porn e la minaccia dei media, una sorta di distillato dei mali della società contemporanea che però, agli stomaci dei lettori della vecchia guardia pare essere indigesto.

A infastidire non è la mancanza di disagio, protagonista invece di un altro capolavoro assoluto che è “Come Dio comanda” ma proprio una sorta di svogliatezza di fondo nell’indagare le menti dei personaggi di contorno, spesso più interessanti della protagonista, per prediligere una prosa oggettivamente incalzante, ma che non basta ad assolvere completamente i peccati di un romanzo su cui, va detto, gravava un’aspettativa decisamente alta e insostenibile per qualunque scrittore, anche per il più amato.

 

Ammaniti

 

L’uscita di un nuovo libro, tuttavia, può essere anche un motivo in più per andare a riscoprire romanzo di intrattenimento e decisamente più riusciti come “Che la festa cominci” oppure il primo Ammaniti, quello ingenuo ed esplosivo che troviamo in “Branchie”. Un’occasione, insomma, per riscoprire un’opera che, tra tante imperfezioni, è riuscita a creare e diffondere amore per la lettura.

Speriamo solo che Ammaniti non ci faccia aspettare altri sette anni per tornare ancora una volta di essere il fenomeno che tutti amiamo.

 

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