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Primo Levi

Primo Levi: i sommersi e i salvati

Primo levi, con il suo “I sommersi e i salvati” ci consegna un testo pieno, abbagliante e incredibilmente profetico. Oltre a essere una delle testimonianze più lucide e importanti riguardo le atrocità del nazismo, questo libro è un documento e un manifesto che lo scrittore proietta al futuro.

 Molti potrebbero accingersi alla lettura dell’ultimo volume di Primo Levi con la foga di conoscenza che anima l’appassionato di storia e in particolare, degli eventi tragici che hanno puntellato la Seconda Guerra mondiale, insomma, un’altra spietata radiografia del Lager, un “sequel” o, considerandolo erronaeamente, un epigono del capolavoro di ogni tempo “Se questo è un uomo” e di altri libri fondamentali sui campi di annientamento nazisti,L’inferno di Treblinka” del giornalista sovietico Vasilij Grossman.

 

“I sommersi e i salvati” non è un compendio sul sadismo degli aguzzini tedeschi e austriaci, i protagonisti non solo soltanto le guardie dei centri di sterminio e i deportati, quelli che sono stati disumanizzati, gassati e infine bruciati, no, i protagonisti di questo straordinario libro, siamo noi.

Primo Levi

Noi, gli abitanti di quella che sapientemente Primo Levi definisce zona grigia, quell’enorme banco di nebbia in cui vivono collaborazionisti di diversa natura, persone che traggono profitto dalla guerra, chi sta comodo nelle proprie “tiepide case” o chi, per  paura, sceglie di starsene in disparte.

 

Ed è proprio la paura l’emozione che tormenta Primo Levi  in “I sommersi e i salvati”, il terrore che tutta quella ineffabile sofferenza e l’indescrivibile tragedia che lui e altri hanno vissuto non serva a nulla, venga cancellata con un enorme colpo di spugna dal tempo, dai nuovi governi, da una società che si trasforma ed evolve.

 

Purtroppo, le previsioni di Levi si sono avverate: le tragedie del passato non sono un monito affinché certi orrori non si ripetano più, bensì peggio: sembrano essere diventate una scusa per coltivare un nuovo male che sta infestando sempre più prepotentemente il mondo di oggi.

La zona grigia  è quella foschia spessa e buia da cui emergono cronache ingannevoli e propagandistiche che condizionano le coscienze di tutti noi. 

Oggi la memoria dei massacri del passato pare distrutta. I suoi frammenti perdono consistenza, si polverizzano per formare una calce nuova a sostegno di un mondo dalla dubbia configurazione.

Ora esiste solo la narrazione del male contro il bene, un bene che finanzia in modo più che massiccio il leader egomaniaco ucraino per combattere la guerra allo psicopatico Zar russo in un conflitto inteso come strumento salvifico della libertà (?) europea, per non parlare poi dell’altro fronte, quello mediorientale, all’interno del quale lo sterminio continuo di civili palestinesi viene raccontato come guerra al terrorismo islamico.

 

Primo Levi

“Essere ebrei ed essere contro Israele” è il titolo di un articolo uscito sulla rivista Lucy qualche giorno fa. Un titolo importante, che pone l’accento su una questione che sembra andare contro la storia della religione ebraica e la sua memoria.

Proprio Primo Levi sostiene che la memoria sia l’unico strumento capace di resistere agli urti del tempo, un attrezzo importante per costruire un futuro diverso. Ma adesso quella memoria così preziosa e unica viene quotidianamente violentata e mistificata per interessi politici. Oggi comanda la soluzione manichea e il nazionalismo, uno dei tanti cancri moderni.

La scrittura di Levi sovente è stata considerata fredda, di dubbio valore stilistico, ma è tutto il contrario: la sua prosa è frutto di una precisa scelta espressiva. Il chimico torinese sosteneva con forza di non poter credere in nessun Dio dopo la sua esperienza ad Aushwitz.  Si è sempre dichiarato un uomo di scienza e come tale, ha sempre cercato di analizzare e raccontare la tragedia utilizzando un’ottica scientifica, non deformata, priva di sentimentalismo esasperato proprio perché il campo di sterminio era il regno della disumanità.

Tutta la sua opera è una continua analisi del blackout, del cortocircuito che ha condotto l’umanità verso il baratro. Nei suoi testi non emerge alcun credo religioso, non esiste alcuna contaminazione politica, c’è l’essere umano, la sua provenienza, la sua anima a volte forte, a volte debole, i sommersi e i salvati per l’appunto.

Negli ultimi tempi, l’arte ha preso direzioni diverse nel racconto delle atrocità naziste, puntando la lente di ingrandimento proprio sulle persone che stavano in mezzo ai due estremi, pensiamo solamente a film come “La zona d’interesse”, opera cinematograficamente discutibile, ma di forte efficacia, oppure a “Il figlio di Saul” di qualche anno fa.

Non occorre arrivare al Lager. Il campo di concentramento è il compimento massimo, la cuspide, la fase terminale di un’infezione che ha già necrotizzato le nostre menti e le nostre anime. Prima del Lager c’è la sopraffazione e la violenza, c’è l’annullamento della diversità e dei diritti altrui: dolori e violenze che abbiamo davanti a noi ogni giorno.

È la materia che sta al centro dei due poli quella più malleabile, ed è compito nostro fare in modo che la memoria del dolore e  l’eredità di Primo Levi, non vengano cancellate.

 

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Richard K Morgan

Richard K Morgan: l’erede al trono di spade

Richard K Morgan è autore di genere, punta di diamante del Grimdark Fantasy e degno allievo di George RR Martin. Un discepolo tanto bravo da superare di gran lunga il maestro.

Insegnate di inglese in varie università, esordisce nel 2002 con Altered Carbon, primo capitolo di una trilogia conclusa nel 2005 che mescola sapientemente fantascienza, noir, distopia e azione. Morgan diventa presto uno scrittore a tempo pieno, conquistando la critica e il  pubblico con opere ad alto tasso di intrattenimento, analisi e critica sociale.

Richard K. Morgan si fa le ossa studiando i maestri che lo hanno preceduto: Asimov, Philip K. Dick, Arthur C. Clarke, ma il suo apprendistato non si limita solo alla conoscenza dei grandi nomi della science fiction, impossibile infatti non riconoscere nelle sue opere un’ammirazione sconfinata per autori come Raymond Chandler, Howard Philip Lovecraft e sì, anche il maestro dei maestri del Fantasy: J R R Tolkien.

Proprio come George R.R Martin, l’autore de “Le cronache del ghiaccio e del fuoco” (piccola digressione: recuperatevi “Le torri di cenere” bellissimo libro di racconti, cult di fantascienza che contiene il capolavoro “A song for Lya”) Morgan decide di cimentarsi con il Fantasy per adulti, quello sanguinario e oscuro che scardina i paradigmi classici del bene contro il male per trascinare il lettore in un regno dominato dalle tenebre, dai conflitti e dai tradimenti, specchio e metafora di una modernità che ogni giorno abbiamo davanti agli occhi

In un’intervista, Richard K Morgan ha dichiarato di non avere faticato a concepire una saga Fantasy dopo tanta fantascienza. Anche se possono sembrare generi speculari, in realtà sono esattamente gli opposti per ritmo e possibilità narrative, ma Morgan sembra nato per scrivere di magia, riti oscuri e soprattutto battaglie a colpi di spada.

Richard K Morgan

Oscar Mondadori propone una nuova edizione della trilogia, già apparsa anni fa in Italia per un editore più piccolo, in una nuova veste grafica luminosa e accattivante e con una nuova traduzione, il tutto a cura di Edoardo Rialti, traduttore di “Fuoco e sangue” l’ultimo romanzo di Martin.

Cosa resta degli eroi” è una trilogia potente e con personaggi indelebili alle prese con un mondo in rovina. Un mondo devastato dalle guerre e dalla cattiveria.

I capisaldi del Fantasy Martiniano ci sono tutti: magia, corruttele, ultraviolenza, sessualità spinta.  Richard K Morgan è un narratore abilissimo, capace di intessere una struttura per fetta sostenuta da una prosa raffinata e soprattutto, di distaccarsi dal patriarca americano (geniale e furbacchione) per proporre qualcosa di estremamente personale.

Riesce infatti a introdurre elementi fantascientifici all’interno del Fantasy con grandissima maestria.

Leggendo “L’acciaio sopravvive” non si avverte uno scollamento tra gli elementi, questo romanzo non è un’accozzaglia di suggestioni, ma un’opera sincera e spettacolare.

Ringil, Archet e Egan sono i protagonisti di questa meravigliosa saga. Tre reietti, soldati traditi che cercano di mantenere intatta la propria etica e il proprio senso dell’onore. Combattono (forse) per ritrovare loro stessi, combattono perché sperano in un mondo migliore.

Ma non sono santi, bensì caratteri vendicativi e spietati, eppure non si può fare a meno di affezionarsi a tutti e tre dalle prime pagine, soprattutto a Ringil, il protagonista: nobile omosessuale cinico, disperato e guerriero impavido, abilissimo con la spada e dotato un’intelligenza cristallina.

Li scopriamo lentamente attraverso l’alternanza dei capitoli, così come ricostruiamo la configurazione dell’Impero per il quale questi eroi hanno combattuto. Le scene d’azione sono esplosive,  lo splatter inonda le pagine, ma non non mancano momenti di estrema calma e riflessione.  I nemici poi sono affascinanti quanto i personaggi principali, figure oscure, simili agli esseri umani ma con caratteristiche del tutto aliene.

Insomma, gli ingredienti per un’avventura in grado di rapire ogni lettore amante del genere (e non solo) ci sono tutti.

Iniziare con “L’acciaio sopravvive” significa avventurarsi nel mondo di uno scrittore sapiente e di razza, uno spazio unico, che porta la firma di Richard K Morgan

 

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Edward Bunker

Edward Bunker: il grande noir di Mr. Blue.

Edward Bunker è noto al grandissimo pubblico per aver interpretato il celebre Mr. Blue in “Reservoir Dogs” leggendaria pellicola scritta e diretta da un quasi-esordiente Quentin Tarantino.  

Sì, il citazionismo di Tarantino è famosissimo, tanto maniacale da riuscire a riscovare titoli sconosciuti, piccoli cult e gioielli (più o meno brillanti) di ogni genere cinematografico.

Nel caso di Mr. Blue però, Tarantino non ha scritto quella parte (poco più di un cameo) per omaggiare un regista o un film in particolare, ma per celebrare un maestro del noir, un autore che attraverso i suoi romanzi è riuscito a corroborare una passione rovente nei confronti di un genere che ha segnato la cifra stilistica dei primi capolavori del maestro del pulp.

Bunker si è avvicinato al mondo del cinema prima come consulente di film noir, poi come sceneggiatore. C’è voluto un po’ prima che si ritrovasse  a recitare. Ma come poteva essere altrimenti?  Edward Bunker aveva un volto che riusciva a sedurre la macchina da presa, uno sguardo algido e al tempo stesso incandescente, un’espressività misteriosa, tagliente, segnata dal tempo e dai drammi personali, gli sfregi  di una vita passata dietro le sbarre.

Sì, Bunker ha iniziato a leggere in galera. È stato il più giovane detenuto della storia nel carcere di S. Quentin (ironia della sorte) e lo scrittore che meglio è riuscito a rappresentare la tragedia del regime carcerario.

Edward era un bambino problematico, sbattuto in orfanotrofio a pochi anni e con una avversione particolarmente spiccata nei confronti delle regole. Fughe, atti di vandalismo, poi i primi furti e le rapine. Edward  Bunker non si è mai macchiato di delitti, non ha mai pervertito la sua anima al sangue, ma non è mai stato una vittima, se non di sé stesso e della sua disgrazia: essere un rifiuto della società che ha come unica possibilità il furto e lo spaccio di droga per “alzare” i dollari necessari a vivere. Ma presto la mano scappa e quando la posta in gioco aumenta, il rischio di finire in carcere per parecchi anni è dietro l’angolo.

La letteratura non è mai stata un passatempo per evadere, almeno mentalmente, dalle mura della prigione. Fin da ragazzino ha dimostrato un particolare predisposizione alla lettura, l’attività che a lui piaceva “più che respirare” e che gli ha impedito di perdere completamente la ragione durante gli anni di detenzione.

Le biblioteche delle prigioni erano abbastanza fornite, e dopo avere letto tutto quello che è riuscito a procurarsi, concentrandosi particolarmente su Dostoevskij, Tolstoj e Hemingway, Bunker inizia ad accarezzare la possibilità di inventare le sue storie. Riceve in regalo una macchina da scrivere da una sua vecchia amica e così, inizia a scrive i suoi primi racconti.

Dopo anni e successivamente  all’uscita dal carcere nel 1975, trova un editore e la tranquillità.

Il suo primo romanzo “Come una bestia feroce” è un testo fortemente autobiografico che ha come protagonista, ovviamente, un ex detenuto che si trova ogni possibilità preclusa visto il suo passato e che quindi, per rabbia e disperazione, tornerà a delinquere progettando una rapina. Ne viene fatto anche un buon adattamento con protagonista Dustin Hoffman e lo stesso Bunker in una piccola parte.

 

Edward Bunker

Seguono “Animal Factory” romanzo più breve ma non per questo meno intenso, che narra di un’amicizia tra un vecchio detenuto e un giovanissimo appena entrato a S. Quentin.

E poi Little Boy Blue, divino romanzo di formazione che narra l’infanzia travagliata di un figlio della California tanto luminosa quanto retrograda del dopoguerra, e successivamente “Cane mangia cane, probabilmente il suo apice narrativo, un romanzo in cui si condensa tutta la sua poetica (carcere, società diffidente, violenza e malvagità) e una spettacolare dose di azione calibrata a un’intelaiatura drammaturgica priva di sbavature.

Edward Bunker

 

Una manciata di romanzi a cui è seguito “Educazione di una canaglia” autobiografia imperdibile per i fan dello scrittore e per gli amanti del noir, e infine “Stark” e “Mia è la vendetta” entrambi pubblicati postumi.

A rendere grande il romanzesco di Edward Bunker non è tanto l’esperienza, assolutamente importante, che lui ha fatto all’interno dei penitenziari, vissuto che gli ha permesso di raccontare con lucidità le contraddizioni di un governo a cui non interessa recuperare i detenuti, ma nel talento cristallino nel riuscire irrorare le sue pagine di un’umanità strabordante. La complessità dei suoi personaggi è unica e la sua capacità di descrivere il sottobosco carcerario è davvero sbalorditiva: si riesce a percepire l’odore del sangue, delle feci, della paura. L’inferno delle rivolte è talmente vivido da schizzare fuori dalla pagine, così come lo sono le rapine, gli inseguimenti e le sparatorie.

I delinquenti di Edward Bunker non sono buoni, non c’è mitizzazione, vengono raccontati con durezza, ma allo stesso tempo con squarci di meraviglia. I suoi protagonisti riescono a rimanere abbacinati da un tramonto sulla costa e dai colori pastello delle lande californiane. Gioiscono delle passeggiate notturne e del sesso con le prostitute, progettano un’esistenza migliore e conservano una vitalità furiosa nonostante i disastri a cui vanno incontro.

Non manca una visione attenta della società americana: meschina, attaccata al potere e indifferente alla sofferenza degli ultimi. L’amore di Edward Bunker per la sua California equivale al suo disprezzo per il finto perbenismo americano. Ecco perchè lo scrittore è così apprezzato in Europa. Attraverso il genere, la sua penna ha vivisezionato gli orrori e le violenze della terra dei sogni, un luogo sognare e vivere non è affatto semplice.

Non occorrono tanti romanzi per segnare indelebilmente l’anima di un lettore, in pochi, ma importantissimi titoli, Bunker ci è riuscito, per questo è uno scrittore immortale, che merita di stare vicino ai maestri che hanno raccontato il mondo attraverso il noir, come James Ellroy e Don Winslow.

Sì, Mr. Blue è proprio un personaggio pazzesco.

 

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Antonio Scurati

M: Antonio Scurati e gli ultimi giorni dell’Europa

Antonio Scurati torna in libreria con la terza parte di M, il suo affresco storico/sociale dedicato alla figura di Benito Mussolini edito da Bompiani.

Maggio 1938. Mussolini, i suoi uomini e l’improbabilissimo re d’Italia sono alla stazione Ostiense ad attendere un treno proveniente dalla Germania risorta, unita sotto una nuova bandiera recante al centro una croce uncinata.

Il treno rallenta, il fischio della locomotiva risuona in tutta la stazione. Quando la porta del vagone si apre, lo stivale del Fuhrer è il primo a calcare il predellino.

Hitler è magro, non particolarmente alto, più simile a un impiegato delle poste che a un guerriero-guida. Saluta con uno scatto della mano saettante e si prodiga in strette di mano cordiali, per poi recarsi assieme a Mussolini al Quirinale.

È così che inizia il capitolo più buio della storia d’Europa.

Antonio Scurati ricostruisce minuto per minuto i momenti che hanno dato inizio alla disfatta del regime fascista. Rievoca la tensione di Mussolini, la paura del re, l’ingenuità di Galeazzo Ciano e di tutti gli altri fascisti.

Attraverso una scrittura tagliente, grondante di passione civile, ripercorre gli antefatti che hanno dato vita al conflitto che ha raso al suolo l’Europa, annientato milioni di persone e trascinato per anni il mondo nelle tenebre. Un’apocalisse iniziata proprio con l’arrivo di un treno a Roma.

Il terzo volume è il più breve, ma non per questo meno incisivo, capitolo di M: una saga non ancora terminata che ha conquistato legioni di lettori.

 

Quella che potrebbe sembrare una scelta commerciale (doveva essere questo l’ultimo volume) costituisce in realtà una scansione drammaturgica necessaria, che dilata i tempi frenetici dei libri di storia per favorire il ritmo del grande romanzo.

In quest’ultima parte,  Scurati racconta un Mussolini stanco, ubriacato di potere e per questo non più lucido. È un dittatore che non riesce più a fiutare gli umori del popolo che governa perché ucciso dalla sua megalomania, una condizione ostacolata però dal sovrano del Reich. Il rosso acceso sostituisce il bianco e il nero delle copertine precedenti, una scelta grafica precisa ed elegante, quasi a simboleggiare il potere fascista sommerso da un nuovo bagno di sangue.

Il senso di inferiorità di Mussolini nei confronti di Hitler è schiacciante. Il Duce si sente umiliato, messo alle strette dal guerrafondaio tedesco, il quale esige risposte immediate. Non c’è più tempo da perdere, il mondo deve essere distrutto, perché solo spazzando via il vecchio si avrà la possibilità di costruire il nuovo.

Vittima della sua incompetenza e di un narcisismo accecante, spinto da una paura che gli toglie il sonno e dalla voglia di rivalsa verso l’Europa ma soprattutto nei confronti del suo perfido alleato, a giugno del 1940, M svelerà al suo popolo e al mondo intero quello che è sempre stato: un criminale.

Il cuore di M: gli ultimi giorni dell’Europa, è proprio il rapporto tra i due tiranni. L’italiano è sanguigno, carnivoro, vizioso, amante sbrigativo adorato da molte ancelle. Il tedesco (di origine austriaca) è vegetariano, per nulla interessato alla sessualità, freddo, lucido, talmente convinto della propria psicopatia da renderla legge. Tra i due c’è tanta stima quanta viscida ipocrisia.

Scurati tratteggia i caratteri con maestria, come nei precedenti capitoli riporta documenti storici, segue scrupolosamente gli avvenimenti senza per questo sacrificare il calore del romanzo e i guizzi della sua prosa.

Ci racconta la danza macabra di due dittatori davanti a un mondo sull’orlo del baratro per la seconda volta. Hitler è preparato, organizzato, sfodera un talento da stratega sbalorditivo. Dopo aver conquistato il potere nel 1933, ora è libero di assecondare quelle che sono da sempre le sue ossessioni: ampliare i territori della Germania e annientare il popolo ebraico.

Il sangue comincia a scorrere, le leggi raziali approvate nel 1938 si abbattono come un flagello nelle carni esposte dei cittadini di religione ebraica. Mussolini tradisce gli italiani, tradisce ogni ebreo e soprattutto molti dei suoi sostenitori più convinti. Delusione perfettamente incarnata da Renzo Ravenna, podestà di Ferrara, da sempre iscritto al partito fascista, che a sue spese (e soprattutto a spese dei suoi figli) scoprirà da un giorno all’altro l’umiliazione e la violenza discriminatoria. Anche Margherita Sarfatti, nobile e storica amante di Benito Mussolini sarà costretta a fuggire.  Perfino Italo Balbo, fascista della prima ora e amante del manganello rimane basito davanti all’approvazione di leggi tanto assurde.

Antonio Scurati

Ma “l’ora delle decisioni irrevocabili” è giunta. Mussolini ha preso una strada senza ritorno che viaggia in parallelo con la follia di Adolf Hitler. Un tunnel buio in cui avanza a tentoni, passo dopo passo, consegnando un Italia assolutamente impreparata e disorganizzata alla completa distruzione.

Memorabile il capitolo dedicato al discorso del 10 giugno 1940. Mussolini in divisa invernale emerge dall’oscurità e si affaccia dal balcone di Palazzo Venezia davanti a una folla osannante.

Pagine straripanti di paura, angoscia e disperazione. Un capitolo in cui l’autore urla il suo disprezzo per il tiranno e piange per il destino sciagurato dell’Italia.

“Vincere!” per Mussolini una parola impegnativa per tutti (tranne lui) che trasvola e accende i cuori dai picchi delle Alpi all’oceano Indiano.

Una parola che invece la storia farà morire negli scoppi dei bombardamenti e nel fumo delle macerie.

Anche questa volta Antonio Scurati a fatto centro.

Non ci resta che attendere la quarta parte della saga di M, sperando che nel frattempo, dagli orrori del passato qualcosa si impari.

 

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Canto di D’Arco: il thriller secondo Antonio Moresco

Antonio Moresco è uno scrittore unico nel panorama letterario italiano. Un autore che si può tranquillamente definire di culto. Un narratore geniale, incontenibile, ribelle, capace di creare un genere a sé rielaborando i canoni classici e creando un suo mondo o meglio, un suo universo. “Canto di D’Arco” è un romanzo edito da SEM e uscito nel 2019. Un thriller che mescola azione, filosofia, orrore, violenza e romanticismo in un rutilante susseguirsi di immagini e situazioni che lasciano il lettore totalmente senza fiato per quasi mille pagine.

Cos’è la morte? Cos’è la vita? Cosa viene prima?

Mi chiamo D’Arco e sono uno sbirro morto“. 

Il confine tra dimensione dei vivi e dimensione dei morti era già stato abbattuto in un libro precedente, “Gli incendiati” e nel successivo “La lucina”. Sono entrambi romanzi brevi, ma che segnano una sorta di spartiacque nella carriera di Moresco, perché in questi libri l’autore riflette sul confine, spesso sottile o praticamente inesistente tra vita e morte. Un elemento poetico che in “Canto di D’Arco” viene  sviscerato, praticamente in tutte le parti di cui è composto

La trama segue, almeno inizialmente, l’impianto classico del thriller: D’Arco presta servizio come  sbirro, ma quando gli viene affidato l’incarico di indagare su alcune sparizioni di bambini, il richiamo all’azione è inevitabile. Il protagonista si arma fino ai denti e intraprende un viaggio che lo porterà a scontrarsi con il male nella sua forma ancestrale. Incontrerà tanti nemici sul suo cammino, ma anche alleati e un nuovo amore, quello che forse è sempre stato l’unico.

Senza alcun dubbio, questo romanzo è uno dei più grandi capolavori di Antonio Moresco. Il genere in “Canto di D’arco” è solo un punto di partenza, un confine ( spesso dovuto a canoni commerciali) che Moresco abbatte consegnando al lettore un viaggio sensoriale, mozzafiato, adrenalinico.

Risulta difficile trovare all’interno della letteratura italiana contemporanea qualcosa di simile, con un’azione tanto spettacolare, una prosa così rutilante e un ritmo tanto vertiginoso.

 “Canto di d’Arco” sembra essere figlio della celebre trilogia “Giochi dell’eternità” di cui fa parte il meraviglioso “Canti del caos” forse l’opera stilisticamente e narrativamente più ambiziosa dello scrittore mantovano. Un lunghissimo libro, che a differenza di “Canto di D’Arco” dove il protagonista è uno, i personaggi principali sono diversi. Caratteri che danno voce a pagine in cui i piani temporali si confondono, facendo precipitare il lettore in un vortice letterario dove si susseguono incubi, violenze inenarrabili e momenti di grande tenerezza.

Canto di D'Arco

 

Le immagini, i personaggi.  

I romanzi di Antonio Moresco sono ricchi di immagini potentissime, figure che si imprimono nella mente del lettore, lasciando campo libero all’interpretazione. Si potrebbe definire una scrittura pittorica, perché sembra quasi di trovarsi davanti a quadri che possono essere decifrati solo attraverso la visione, immagini che colpiscono prima i sensi e poi stimolano il ragionamento.

Durante il suo viaggio, D’Arco incontra figure diverse: ritroviamo l’uomo con la maschera di porcella (già apparso in canti del caos) i killer travestiti da sposi, il bambino muto con la cicatrice al collo, l’uomo di luce, gli ologrammi dell’amore e tanti altri personaggi-immagine che vanno a comporre questa sensazionale esperienza letteraria.

 

L’azione

 L’azione è continua, esplosiva, surreale.  D’Arco  si fa strada a colpi di mitra e pistola all’interno della città dei morti,  un inferno buio in cui il protagonista intraprende senza sosta lunghissimi combattimenti contro trafficanti di bambini, assassini e pervertiti della peggiore specie. D’arco spara, accoltella, insegue, si spinge oltre i suoi limiti, svuota i suoi caricatori contro i carnefici, pratica il male, proprio per sconfiggere il male e trovare il bene in una crepa che possa squarciare tutta quella oscurità.

Le pagine spettacolari ed eleborate, si susseguono velocemente, e arrivano al lettore potenti proprio come una scarica di mitragliatrice. Se nel libro del 2010 “Gli incendiati” l’autore dimostrava brillantemente la sua padronanza nel descrivere le sparatorie e il ritmo dell’azione, in questo romanzo, conferma la sua totale maestria.

 

Ambientazione: tra luce e buio  

Moresco descrivere una metropoli immensa, di cui non si riescono a identificare i confini. Un posto nel quale si susseguono enormi grattacieli fatiscenti e strade buie. Una dimensione dove la notte è talmente buia da essere luminosa e la luce è talmente accecante da diventare buia.

Luce e buio sono due componenti che si susseguono nel corso della lettura, accompagnando D’Arco nel suo viaggio nella città dei morti e poi in quella dei vivi.

In questa storia, il tempo non esiste, o meglio, l’unità di misura che noi utilizziamo per misurare il tempo come lo conosciamo, in questo romanzo viene completamente reinventata, perché la morte si trasforma in vita e la vita nella morte, per poi tornare vita e rituffarsi nella morte. Questo andamento ciclico stordisce ed esalta il lettore in egual misura. È una ridondanza che diventa scelta precisa di stile.

Leggere “Canto di D’Arco” significa accettare di intraprendere un viaggio psichedelico. È un’escursione esaltante, disturbante, folle, ma nella quale può trovare anche la catarsi. Il libro in quanto mezzo fisico è solo uno strumento per aprire delle finestre su altri mondi. In questo capolavoro, Antonio Moresco è riuscito a spalancare una porta su un’altra dimensione. È una lettura da cui non ci si stacca, se ne rimane completamente ipnotizzati, è un sfida tra il lettore e la sua capacità immaginifica in una corsa che non lascia tregua, proprio quello che succede leggendo “Gli increati”, l’ultimo capitolo di “Giochi dell’eternità”, che sembra essere una vera e propria corsa intrapresa dall’immaginazione del lettore al fianco del protagonista.

Davanti ai libri di  Moresco sembra che la lettura sia solo un meccanismo per spalancare delle porte su altre dimensioni,  ma per quanto le opere di Antonio Moresco possano essere visionarie, sono sempre una rielaborazione del mondo in cui viviamo, un mondo dominato dal caos di cui lo scrittore è un lucido osservatore.

Non parliamo di letture rilassanti, ma di esperienze destabilizzanti, quelle che solo la grande letteratura riesce a farci fare. Le battaglie con noi stessi e con il mondo possono essere comprese attraverso le domande che le grandi storie fanno affiorare dentro di noi.

Tutta la letteratura di Antonio Moresco potrebbe essere identificata come un’eterna battaglia per scoprire fino a dove la letteratura si può spingere. Una battaglia che sicuramente vede Moresco vincitore assoluto.

L’ultimo libro uscito edito da SEM è “Stelle in gola” un volume che contenete racconti, incipit di romanzi e riflessioni personali del maestro sul mondo e sulla scrittura.

Live- Libri in diretta: Incontro con Antonio Moresco.