Passa al contenuto principale

scrittore

Catene di gloria

Catene di gloria: la nuova frontiera della violenza

Catene di gloria è un romanzo di Nana Kwame Adjei-Brenyah, autore americano protagonista di quello che può essere definito una “new wave” letteraria composta perlopiù da scrittori di origine africana che non solo riesce a intrattenere il grande pubblico, ma anche ad analizzare la società statunitense e le sue tragedie.

Quotidianamente, i media ci raccontano tragedie, guerre che lacerano le vite e gli equilibri sociopolitici mondiali, ma ci mostrano anche il dramma che si vive ogni giorno nelle carceri: un universo a sé stante in cui le regole interne spesso e volentieri vengono infrante non solo dai detenuti, ma dai tutori dell’ordine.

Catene di gloria

 

Questo problema che non riguarda solo l’Italia, ma anche gli Stati Uniti, ed è questa l’idea su cui si basa la seconda opera di Nana Kwame Adjei-Brenyah, figura di spicco nella narrativa americana già affermatosi al grande pubblico con “Friday Black.

Utilizzando gli strumenti efficaci che la distopia può offrire, lo scrittore ci porta in una nuova America dove non c’è salvezza, le carceri sono fucine di macchine da guerra il cui compito è annientare, la politica è inesistente, e i cittadini sono drogati dal web.

Sono i detenuti a essere i nuovi eroi dell’americano medio in “Catene di gloria”, il reality show più seguito del Paese.  I diversi lottatori, spesso decisamente inferiori per intelligenza e abilità alle lottatrici, hanno il compito di sconfiggere il loro avversario nel modo più cruento e spettacolare possibile in incontri accessibili a tutti.  Sono tanti gli spettatori e tantissime le aziende che sponsorizzano e investono in un gioco al massacro divenuto un’importantissima fonte di guadagno.

“Catene di gloria edito da Edizioni Sur, è un racconto irrorato di sangue e sentimentalismo dove i protagonisti sono i gladiatori del futuro. No, non ci sono raggi laser e cannoni a impulso, le armi dei campioni sono spade, martelli, falci e mazze: strumenti di morte che riportano all’antichità e alla brutalità del combattimento corpo a corpo.

Il ritmo e la struttura, perlopiù composta da flashback e voci narranti che si intersecano a ogni nuovo capitolo, danno spessore a un romanzo che riesce a sedurre un pubblico vasto, composto perlopiù da lettori amanti dell’azione e del thriller, tuttavia, la profonda critica sociale e l’analisi interna di una nazione allo sbando elevano l’opera a qualcosa di più del semplice intrattenimento.

È difficile non pensare che i grandi del postmodernismo come Pynchon e soprattutto Wallace non abbiano influenzato la poetica di Adjei- Brenyah, in particolare nella descrizione del consumismo, dell’egemonia televisiva in grando di influenzare le coscienze e in particolar modo, dello strapotere aziendale capace di dettare leggi e imporre nuove regole, caratteristiche che ci proiettano, ovviamente con le dovute proporzioni, nell’universo di Infinite Jest.

Pur non descrivendo un contesto politico preciso, l’autore punta i riflettori su una questione importante, che ancora oggi non trova risposta: quali sono le possibilità degli ultimi?

È innegabile che “Catene di gloria” sia il ritratto di una degenerazione fascista e di un pensiero che non vede uguaglianza ma solo nomenclature tra gli esseri umani, ma è anche il manifesto del fallimento totale di una sinistra bugiarda e incapace di accogliere e reinserire i reietti nella società. “Succhiami il cazzo America!” urla uno dei personaggi, una frase che non è uno slogan, bensì un grido che non trova risposta tra i potenti del Paese, i quali preferiscono tapparsi le orecchie e produrre spettacolo cannibalizzando il loro stesso tessuto sociale.

È presente però anche un barlume di speranza tenuto vivo proprio dagli ultimi, i protagonisti che stanchi di uccidersi a vicenda, riescono a elaborare un piano per ritrovare un’umanità che erano convinti di avere smarrito.

Ci sono poi i personaggi più vicini a noi, quelli che ancora possiedono la capacità di capire e contrastare la follia che regge il reality “Catene di gloria”. Gli attivisti che popolano il libro infatti simboleggiano la fiducia che l’autore coltiva, anche se con qualche difficoltà, nei confronti del proprio Paese.

Vale davvero la pena avventurarsi in un romanzo lungo e intenso come “Catene di gloria” e scoprire una nuova voce made in Usa che, proprio come S.A Cosby e Colson Whitehead (premio Pulitzer per “La ferrovia sotterranea) riesce a raccontare un’America violenta e lontana da come ce la siamo sempre immaginati, ma che comunque non smetterà mai di affascinarci.

 

Scopri il blog

 

 

 

Primo Levi

Primo Levi: i sommersi e i salvati

Primo levi, con il suo “I sommersi e i salvati” ci consegna un testo pieno, abbagliante e incredibilmente profetico. Oltre a essere una delle testimonianze più lucide e importanti riguardo le atrocità del nazismo, questo libro è un documento e un manifesto che lo scrittore proietta al futuro.

 Molti potrebbero accingersi alla lettura dell’ultimo volume di Primo Levi con la foga di conoscenza che anima l’appassionato di storia e in particolare, degli eventi tragici che hanno puntellato la Seconda Guerra mondiale, insomma, un’altra spietata radiografia del Lager, un “sequel” o, considerandolo erronaeamente, un epigono del capolavoro di ogni tempo “Se questo è un uomo” e di altri libri fondamentali sui campi di annientamento nazisti,L’inferno di Treblinka” del giornalista sovietico Vasilij Grossman.

 

“I sommersi e i salvati” non è un compendio sul sadismo degli aguzzini tedeschi e austriaci, i protagonisti non solo soltanto le guardie dei centri di sterminio e i deportati, quelli che sono stati disumanizzati, gassati e infine bruciati, no, i protagonisti di questo straordinario libro, siamo noi.

Primo Levi

Noi, gli abitanti di quella che sapientemente Primo Levi definisce zona grigia, quell’enorme banco di nebbia in cui vivono collaborazionisti di diversa natura, persone che traggono profitto dalla guerra, chi sta comodo nelle proprie “tiepide case” o chi, per  paura, sceglie di starsene in disparte.

 

Ed è proprio la paura l’emozione che tormenta Primo Levi  in “I sommersi e i salvati”, il terrore che tutta quella ineffabile sofferenza e l’indescrivibile tragedia che lui e altri hanno vissuto non serva a nulla, venga cancellata con un enorme colpo di spugna dal tempo, dai nuovi governi, da una società che si trasforma ed evolve.

 

Purtroppo, le previsioni di Levi si sono avverate: le tragedie del passato non sono un monito affinché certi orrori non si ripetano più, bensì peggio: sembrano essere diventate una scusa per coltivare un nuovo male che sta infestando sempre più prepotentemente il mondo di oggi.

La zona grigia  è quella foschia spessa e buia da cui emergono cronache ingannevoli e propagandistiche che condizionano le coscienze di tutti noi. 

Oggi la memoria dei massacri del passato pare distrutta. I suoi frammenti perdono consistenza, si polverizzano per formare una calce nuova a sostegno di un mondo dalla dubbia configurazione.

Ora esiste solo la narrazione del male contro il bene, un bene che finanzia in modo più che massiccio il leader egomaniaco ucraino per combattere la guerra allo psicopatico Zar russo in un conflitto inteso come strumento salvifico della libertà (?) europea, per non parlare poi dell’altro fronte, quello mediorientale, all’interno del quale lo sterminio continuo di civili palestinesi viene raccontato come guerra al terrorismo islamico.

 

Primo Levi

“Essere ebrei ed essere contro Israele” è il titolo di un articolo uscito sulla rivista Lucy qualche giorno fa. Un titolo importante, che pone l’accento su una questione che sembra andare contro la storia della religione ebraica e la sua memoria.

Proprio Primo Levi sostiene che la memoria sia l’unico strumento capace di resistere agli urti del tempo, un attrezzo importante per costruire un futuro diverso. Ma adesso quella memoria così preziosa e unica viene quotidianamente violentata e mistificata per interessi politici. Oggi comanda la soluzione manichea e il nazionalismo, uno dei tanti cancri moderni.

La scrittura di Levi sovente è stata considerata fredda, di dubbio valore stilistico, ma è tutto il contrario: la sua prosa è frutto di una precisa scelta espressiva. Il chimico torinese sosteneva con forza di non poter credere in nessun Dio dopo la sua esperienza ad Aushwitz.  Si è sempre dichiarato un uomo di scienza e come tale, ha sempre cercato di analizzare e raccontare la tragedia utilizzando un’ottica scientifica, non deformata, priva di sentimentalismo esasperato proprio perché il campo di sterminio era il regno della disumanità.

Tutta la sua opera è una continua analisi del blackout, del cortocircuito che ha condotto l’umanità verso il baratro. Nei suoi testi non emerge alcun credo religioso, non esiste alcuna contaminazione politica, c’è l’essere umano, la sua provenienza, la sua anima a volte forte, a volte debole, i sommersi e i salvati per l’appunto.

Negli ultimi tempi, l’arte ha preso direzioni diverse nel racconto delle atrocità naziste, puntando la lente di ingrandimento proprio sulle persone che stavano in mezzo ai due estremi, pensiamo solamente a film come “La zona d’interesse”, opera cinematograficamente discutibile, ma di forte efficacia, oppure a “Il figlio di Saul” di qualche anno fa.

Non occorre arrivare al Lager. Il campo di concentramento è il compimento massimo, la cuspide, la fase terminale di un’infezione che ha già necrotizzato le nostre menti e le nostre anime. Prima del Lager c’è la sopraffazione e la violenza, c’è l’annullamento della diversità e dei diritti altrui: dolori e violenze che abbiamo davanti a noi ogni giorno.

È la materia che sta al centro dei due poli quella più malleabile, ed è compito nostro fare in modo che la memoria del dolore e  l’eredità di Primo Levi, non vengano cancellate.

 

Scopri i miei articoli 

 

Melvill

Melvill: Rodrigo Fresàn rivisita il classico.

Melvill è il nuovo romanzo di uno degli autori più mirabolanti e originali del panorama letterario contemporaneo. 

Sì, il titolo (con una e in copertina volutamente offuscata, scoprirete perché) suggerisce chi sarà il protagonista del vortice in cui ci ritroveremo coinvolti già dalla prime righe; tuttavia, non sarà l’avventuriero e scrittore che rivoluzionò la letteratura con il suo Moby Dick, bensì il sangue del suo sangue: il padre Allan, a sua volta esploratore e uomo dalle mille vite.

Esistono romanzi dove la trama è dominante,libri dove la costruzione e l’evoluzione drammaturgica spesso arrivano prima della voce dell’autore. Oggi è sempre più raro imbattersi in quelle storie dove invece sono le sperimentazioni linguistiche a dominare la trama, una storia che può essere satura di avvenimenti oppure scarna e lineare, ma con uno stile riconoscibile e unico che riesce a diventare racconto pagina dopo pagina.  Melvill è uno di quei romanzi sempre più rari.

Rodrigo Fresàn, autore argentino che abbraccia la corrente postmoderna, è approdato nuovamente in Italia (dopo i giardini di Kensigton edito da Mondadori) con lo spettacolare “La parte inventata” qualche anno fa, nel 2019, periodo che oggi, con la pandemia alle spalle (non diciamolo troppo ad alta voce) pare lontano.

La parte inventata” è un romanzo corposo ed esplosivo tradotto perfettamente, ed eroicamente da Giulia Zavagna, uscito con la casa editrice indipendente Liberaria in un’edizione curata da Alessandro Raveggi e con una prefazione di Vanni Santoni, scrittori italiani assolutamente in sintonia con le sperimentazioni narrative di Fresàn.

Il libro edito da LiberAria ha avuto una buona circolazione e ha permesso al pubblico di (ri)conoscere uno scrittore talmente originale da risultate allergico a qualsiasi aggettivo, proprio come Melvill è un romanzo difficilmente classificabile. Melvill

Si tratta di una biografia certo, ma è una vita che si mescola al fantastico, al viaggio fisico e soprattutto mentale, un saggio e un’analisi delle opere di un grande scrittore narrato da uno scrittore altrettanto grande, che omaggia e allo stesso tempo si sotituisce al protagonista in un continuo gioco di specchi (o meglio, di quadri) e digressioni di trama.

Mondadori sceglie di inserire nel suo catalogo un titolo, tradotto sempre da Giulia Zavagna,  più accessibile rispetto all’opera precedente, un libro capace di attirare un pubblico di lettori meno attento alle realtà editoriali indipendenti, ma non per questo meno desideroso di essere stimolato e rapito dai grandi narratori.

Un viaggio dentro la pazzia

Chi si aspetta un racconto biografico lineare e semplice, molto probabilmente rimarrà deluso.

Melvill   si compone di tre parti, ognuna diversa ma in sintonia con la precedente. Nella prima, decisamente più impegnativa, conosciamo la biografia di Allan, le sue avventure e le persone importanti della sua esistenza. Queste pagine sono raccontate seguendo diversi livelli narrativi, quello del racconto e quello delle note che lo accompagnano e lo spezzettano. In questo segmento troviamo un primo sfasamento temporale: le note sembrano arrivare da un tempo futuro e hanno la voce del figlio Hermann, che qui veste i panni di biografo. Sono paragrafi lunghi, che non lasciano un attimo di sosta al lettore, sfidando la sua concentrazione e soprattutto la sua pazienza.

Nelle parti successive invece,  il racconto vero e proprio spicca il volo. Allan, ormai morente, squassato dalla febbre e legato a un letto, inizia a viaggiare. Ci ritroviamo così in un labirinto fatto di parole, visioni e nuovi salti temporali. Con una abilità sbalorditiva, in Melvill,  Fresàn riesce a descrivere qualcosa che per sua natura è l’essenza dell’ineffabilità: il delirio.

 

Melville

Come si può dare una struttura, un ritmo e una configurazione al primo passo che conduce alla follia?

L’autore argentino ci riesce, modella, dà corpo e fa esplodere le parole con coerenza e lucidità senza far perdere potenza al racconto, tenendo lontano dalle pagine le trappole della noia.

Grande amante della letteratura fantastica (è un appassionato studioso e lettore a dir poco insaziabile) Fresàn dipinge mondi coloratissimi e vivaci utilizzando un linguaggio ricercato ma allo stesso tempo accessibile, incalzante e giocoso. Un viaggio che diventa anche sensoriale.

Il gioco (serio) sembra essere un ingrediente fondamentale per lo scrittore, qualcosa che irrora in continuazione la letteratura, una componente senza cui i racconti non esisterebbero.La letteratura è intrattenimento, certo, ma il veicolo di riflessione sul cosa significhi vivere e scrivere, che per Fresàn, sono la stessa cosa.

La sua prosa vertiginosa  potrebbe risultare manieristica e a molti indigesta, ma superato quello scoglio non ci si ferma più, e arrivare in fondo a quelle pagine diventa un chiodo fisso fino a quando non si giunge ai ringraziamenti.

Melvill è un libro imperdibile. 

 

Scopri il mio blog

 

 

Richard K Morgan

Richard K Morgan: l’erede al trono di spade

Richard K Morgan è autore di genere, punta di diamante del Grimdark Fantasy e degno allievo di George RR Martin. Un discepolo tanto bravo da superare di gran lunga il maestro.

Insegnate di inglese in varie università, esordisce nel 2002 con Altered Carbon, primo capitolo di una trilogia conclusa nel 2005 che mescola sapientemente fantascienza, noir, distopia e azione. Morgan diventa presto uno scrittore a tempo pieno, conquistando la critica e il  pubblico con opere ad alto tasso di intrattenimento, analisi e critica sociale.

Richard K. Morgan si fa le ossa studiando i maestri che lo hanno preceduto: Asimov, Philip K. Dick, Arthur C. Clarke, ma il suo apprendistato non si limita solo alla conoscenza dei grandi nomi della science fiction, impossibile infatti non riconoscere nelle sue opere un’ammirazione sconfinata per autori come Raymond Chandler, Howard Philip Lovecraft e sì, anche il maestro dei maestri del Fantasy: J R R Tolkien.

Proprio come George R.R Martin, l’autore de “Le cronache del ghiaccio e del fuoco” (piccola digressione: recuperatevi “Le torri di cenere” bellissimo libro di racconti, cult di fantascienza che contiene il capolavoro “A song for Lya”) Morgan decide di cimentarsi con il Fantasy per adulti, quello sanguinario e oscuro che scardina i paradigmi classici del bene contro il male per trascinare il lettore in un regno dominato dalle tenebre, dai conflitti e dai tradimenti, specchio e metafora di una modernità che ogni giorno abbiamo davanti agli occhi

In un’intervista, Richard K Morgan ha dichiarato di non avere faticato a concepire una saga Fantasy dopo tanta fantascienza. Anche se possono sembrare generi speculari, in realtà sono esattamente gli opposti per ritmo e possibilità narrative, ma Morgan sembra nato per scrivere di magia, riti oscuri e soprattutto battaglie a colpi di spada.

Richard K Morgan

Oscar Mondadori propone una nuova edizione della trilogia, già apparsa anni fa in Italia per un editore più piccolo, in una nuova veste grafica luminosa e accattivante e con una nuova traduzione, il tutto a cura di Edoardo Rialti, traduttore di “Fuoco e sangue” l’ultimo romanzo di Martin.

Cosa resta degli eroi” è una trilogia potente e con personaggi indelebili alle prese con un mondo in rovina. Un mondo devastato dalle guerre e dalla cattiveria.

I capisaldi del Fantasy Martiniano ci sono tutti: magia, corruttele, ultraviolenza, sessualità spinta.  Richard K Morgan è un narratore abilissimo, capace di intessere una struttura per fetta sostenuta da una prosa raffinata e soprattutto, di distaccarsi dal patriarca americano (geniale e furbacchione) per proporre qualcosa di estremamente personale.

Riesce infatti a introdurre elementi fantascientifici all’interno del Fantasy con grandissima maestria.

Leggendo “L’acciaio sopravvive” non si avverte uno scollamento tra gli elementi, questo romanzo non è un’accozzaglia di suggestioni, ma un’opera sincera e spettacolare.

Ringil, Archet e Egan sono i protagonisti di questa meravigliosa saga. Tre reietti, soldati traditi che cercano di mantenere intatta la propria etica e il proprio senso dell’onore. Combattono (forse) per ritrovare loro stessi, combattono perché sperano in un mondo migliore.

Ma non sono santi, bensì caratteri vendicativi e spietati, eppure non si può fare a meno di affezionarsi a tutti e tre dalle prime pagine, soprattutto a Ringil, il protagonista: nobile omosessuale cinico, disperato e guerriero impavido, abilissimo con la spada e dotato un’intelligenza cristallina.

Li scopriamo lentamente attraverso l’alternanza dei capitoli, così come ricostruiamo la configurazione dell’Impero per il quale questi eroi hanno combattuto. Le scene d’azione sono esplosive,  lo splatter inonda le pagine, ma non non mancano momenti di estrema calma e riflessione.  I nemici poi sono affascinanti quanto i personaggi principali, figure oscure, simili agli esseri umani ma con caratteristiche del tutto aliene.

Insomma, gli ingredienti per un’avventura in grado di rapire ogni lettore amante del genere (e non solo) ci sono tutti.

Iniziare con “L’acciaio sopravvive” significa avventurarsi nel mondo di uno scrittore sapiente e di razza, uno spazio unico, che porta la firma di Richard K Morgan

 

Scopri il mio blog.

Suzuki

La vendetta del professor Suzuki: intrigo e delusione.

“La vendetta del professor Suzuki” è un romanzo di Kotaro Isaka, uscito in Giappone nel 2004 ma arrivato in Italia quest’anno grazie a Einaudi.

Vedendolo accatastato in ordine sugli scaffali delle sezioni thriller di ogni libreria di catena, questo romanzo ha tutte le caratteristiche per attirare ogni appassionato: copertina essenziale ed elegante con due tanto (pugnale da Samurai) incrociato, titolo in rosso al centro su sfondo nero e virgolettati di grandi giornali su bandella a lato capaci di sedurre ogni tipo di lettore.

SuzukiE in effetti, “La vendetta del professor Suzuki” ha un inizio che promette molto bene. Suzuki è un professore che ha perso la moglie, uccisa da un pirata della strada. Decide quindi di infiltrarsi nell’organizzazione responsabile della morte della sua donna per avere giustizia. Parallelamente, diversi killer con progetti e ambizioni simili, vanno a ostacolare il suo cammino, rendendo dunque molto difficili i suoi propositi di vendetta.

Sembra un romanzo da divorare in un fiato, e in effetti non mancano i momenti degni di nota, specie nella parte iniziale, ma  allora perché dopo il primo quarto di libro qualcosa si incrina?

Procediamo con ordine.

l’autore prende in contropiede. Inizia a far parlare i suoi personaggi come vere e proprie radio con frasi e terminologie americaneggianti, quasi volesse fare strizzare l’occhio a Tarantino, senza però riuscire minimamente a eguagliare l’efficacia dei suoi dialoghi, spappolando così il ritmo e facendo prendere al romanzo tutta un’altra piega.

Arrivano poi i sicari: “Il balena” e “Il cicala” sono killer particolari. Il primo è un personaggio sofferente, si porta sempre in tasca una copia di Delitto e castigo (e te pareva) e costringe le sue vittime a suicidarsi. Il cicala è uno psicopatico da manuale, uccide i suoi bersagli con coltello a serramanico ed è specializzato nell’eliminazione di famiglie intere.

Inizialmente i personaggi sono interessanti, delineati, con  una loro visione del mondo, tuttavia la smania dell’autore di caratterizzarli eccessivamente rende questi sicari sempre più indigesti, demolendo il loro potenziale e la loro presa sul lettore.

Suzuki, il protagonista, viene messo da parte quasi subito. Quello che sembrava un personaggio disperato e accecato dalla rabbia, rimane una macchietta: ha le idee chiare alla prima pagina, poi tutto sembra sfumare per lasciare spazio agli altri personaggi.

Kotaro Isaka perde la bussola e non sa più come gestire la sua storia. Sembra essere troppo impegnato a ricordare qualche altro autore (fa l’eco anche a Murakami, come fosse un obbligo) e perde di vista la linea principale del racconto, cioè la vendetta di Suzuki.

La cosa che più delude non sono tanto le promesse non mantenute, è apprezzabile che uno scrittore decida di destrutturare il noir, diminuire l’azione e imboccare strade poco battute dal genere, il problema è costituito dal fatto che la storia sembra perdere consistenza  e soprattutto direzione prima della metà del libro, rendendo estremamente difficoltosa la prosecuzione della lettura.

E un’altro aspetto estremamente doloroso, è che in questo romanzo sembra mancare il Giappone.

Tradizioni e mentalità nipponiche vengono cancellate, lo scrittore dà più importanza alla città: una Tokyo oscura con luci al neon abbaglianti, andando a costruire uno scenario sicuramente intrigante è perfetto per un classico thriller, ma nel quale si muovono personaggi vuoti, che vagano per la città spinti per inerzia dalla mano gelida dell’autore, il quale fa l’errore di essere equilibrato in ogni sfumatura, non si prende troppi rischi e di conseguenza, trasforma il suo romanzo in una storia che poteva essere qualcosa di grande, ma che invece si rivela solo un esercizio venuto male.

“La vendetta del professor Suzuki”  Esce in Italia dopo il successo di un altro libro di Kotaro Isaka, dal titolo “I sette killer dello Shinkansen” sempre edito da Einaudi.

 

Scopri i miei articoli.

 

 

Canto di D’Arco: il thriller secondo Antonio Moresco

Antonio Moresco è uno scrittore unico nel panorama letterario italiano. Un autore che si può tranquillamente definire di culto. Un narratore geniale, incontenibile, ribelle, capace di creare un genere a sé rielaborando i canoni classici e creando un suo mondo o meglio, un suo universo. “Canto di D’Arco” è un romanzo edito da SEM e uscito nel 2019. Un thriller che mescola azione, filosofia, orrore, violenza e romanticismo in un rutilante susseguirsi di immagini e situazioni che lasciano il lettore totalmente senza fiato per quasi mille pagine.

Cos’è la morte? Cos’è la vita? Cosa viene prima?

Mi chiamo D’Arco e sono uno sbirro morto“. 

Il confine tra dimensione dei vivi e dimensione dei morti era già stato abbattuto in un libro precedente, “Gli incendiati” e nel successivo “La lucina”. Sono entrambi romanzi brevi, ma che segnano una sorta di spartiacque nella carriera di Moresco, perché in questi libri l’autore riflette sul confine, spesso sottile o praticamente inesistente tra vita e morte. Un elemento poetico che in “Canto di D’Arco” viene  sviscerato, praticamente in tutte le parti di cui è composto

La trama segue, almeno inizialmente, l’impianto classico del thriller: D’Arco presta servizio come  sbirro, ma quando gli viene affidato l’incarico di indagare su alcune sparizioni di bambini, il richiamo all’azione è inevitabile. Il protagonista si arma fino ai denti e intraprende un viaggio che lo porterà a scontrarsi con il male nella sua forma ancestrale. Incontrerà tanti nemici sul suo cammino, ma anche alleati e un nuovo amore, quello che forse è sempre stato l’unico.

Senza alcun dubbio, questo romanzo è uno dei più grandi capolavori di Antonio Moresco. Il genere in “Canto di D’arco” è solo un punto di partenza, un confine ( spesso dovuto a canoni commerciali) che Moresco abbatte consegnando al lettore un viaggio sensoriale, mozzafiato, adrenalinico.

Risulta difficile trovare all’interno della letteratura italiana contemporanea qualcosa di simile, con un’azione tanto spettacolare, una prosa così rutilante e un ritmo tanto vertiginoso.

 “Canto di d’Arco” sembra essere figlio della celebre trilogia “Giochi dell’eternità” di cui fa parte il meraviglioso “Canti del caos” forse l’opera stilisticamente e narrativamente più ambiziosa dello scrittore mantovano. Un lunghissimo libro, che a differenza di “Canto di D’Arco” dove il protagonista è uno, i personaggi principali sono diversi. Caratteri che danno voce a pagine in cui i piani temporali si confondono, facendo precipitare il lettore in un vortice letterario dove si susseguono incubi, violenze inenarrabili e momenti di grande tenerezza.

Canto di D'Arco

 

Le immagini, i personaggi.  

I romanzi di Antonio Moresco sono ricchi di immagini potentissime, figure che si imprimono nella mente del lettore, lasciando campo libero all’interpretazione. Si potrebbe definire una scrittura pittorica, perché sembra quasi di trovarsi davanti a quadri che possono essere decifrati solo attraverso la visione, immagini che colpiscono prima i sensi e poi stimolano il ragionamento.

Durante il suo viaggio, D’Arco incontra figure diverse: ritroviamo l’uomo con la maschera di porcella (già apparso in canti del caos) i killer travestiti da sposi, il bambino muto con la cicatrice al collo, l’uomo di luce, gli ologrammi dell’amore e tanti altri personaggi-immagine che vanno a comporre questa sensazionale esperienza letteraria.

 

L’azione

 L’azione è continua, esplosiva, surreale.  D’Arco  si fa strada a colpi di mitra e pistola all’interno della città dei morti,  un inferno buio in cui il protagonista intraprende senza sosta lunghissimi combattimenti contro trafficanti di bambini, assassini e pervertiti della peggiore specie. D’arco spara, accoltella, insegue, si spinge oltre i suoi limiti, svuota i suoi caricatori contro i carnefici, pratica il male, proprio per sconfiggere il male e trovare il bene in una crepa che possa squarciare tutta quella oscurità.

Le pagine spettacolari ed eleborate, si susseguono velocemente, e arrivano al lettore potenti proprio come una scarica di mitragliatrice. Se nel libro del 2010 “Gli incendiati” l’autore dimostrava brillantemente la sua padronanza nel descrivere le sparatorie e il ritmo dell’azione, in questo romanzo, conferma la sua totale maestria.

 

Ambientazione: tra luce e buio  

Moresco descrivere una metropoli immensa, di cui non si riescono a identificare i confini. Un posto nel quale si susseguono enormi grattacieli fatiscenti e strade buie. Una dimensione dove la notte è talmente buia da essere luminosa e la luce è talmente accecante da diventare buia.

Luce e buio sono due componenti che si susseguono nel corso della lettura, accompagnando D’Arco nel suo viaggio nella città dei morti e poi in quella dei vivi.

In questa storia, il tempo non esiste, o meglio, l’unità di misura che noi utilizziamo per misurare il tempo come lo conosciamo, in questo romanzo viene completamente reinventata, perché la morte si trasforma in vita e la vita nella morte, per poi tornare vita e rituffarsi nella morte. Questo andamento ciclico stordisce ed esalta il lettore in egual misura. È una ridondanza che diventa scelta precisa di stile.

Leggere “Canto di D’Arco” significa accettare di intraprendere un viaggio psichedelico. È un’escursione esaltante, disturbante, folle, ma nella quale può trovare anche la catarsi. Il libro in quanto mezzo fisico è solo uno strumento per aprire delle finestre su altri mondi. In questo capolavoro, Antonio Moresco è riuscito a spalancare una porta su un’altra dimensione. È una lettura da cui non ci si stacca, se ne rimane completamente ipnotizzati, è un sfida tra il lettore e la sua capacità immaginifica in una corsa che non lascia tregua, proprio quello che succede leggendo “Gli increati”, l’ultimo capitolo di “Giochi dell’eternità”, che sembra essere una vera e propria corsa intrapresa dall’immaginazione del lettore al fianco del protagonista.

Davanti ai libri di  Moresco sembra che la lettura sia solo un meccanismo per spalancare delle porte su altre dimensioni,  ma per quanto le opere di Antonio Moresco possano essere visionarie, sono sempre una rielaborazione del mondo in cui viviamo, un mondo dominato dal caos di cui lo scrittore è un lucido osservatore.

Non parliamo di letture rilassanti, ma di esperienze destabilizzanti, quelle che solo la grande letteratura riesce a farci fare. Le battaglie con noi stessi e con il mondo possono essere comprese attraverso le domande che le grandi storie fanno affiorare dentro di noi.

Tutta la letteratura di Antonio Moresco potrebbe essere identificata come un’eterna battaglia per scoprire fino a dove la letteratura si può spingere. Una battaglia che sicuramente vede Moresco vincitore assoluto.

L’ultimo libro uscito edito da SEM è “Stelle in gola” un volume che contenete racconti, incipit di romanzi e riflessioni personali del maestro sul mondo e sulla scrittura.

Live- Libri in diretta: Incontro con Antonio Moresco.