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Antonio Scurati

M: Antonio Scurati e gli ultimi giorni dell’Europa

Antonio Scurati torna in libreria con la terza parte di M, il suo affresco storico/sociale dedicato alla figura di Benito Mussolini edito da Bompiani.

Maggio 1938. Mussolini, i suoi uomini e l’improbabilissimo re d’Italia sono alla stazione Ostiense ad attendere un treno proveniente dalla Germania risorta, unita sotto una nuova bandiera recante al centro una croce uncinata.

Il treno rallenta, il fischio della locomotiva risuona in tutta la stazione. Quando la porta del vagone si apre, lo stivale del Fuhrer è il primo a calcare il predellino.

Hitler è magro, non particolarmente alto, più simile a un impiegato delle poste che a un guerriero-guida. Saluta con uno scatto della mano saettante e si prodiga in strette di mano cordiali, per poi recarsi assieme a Mussolini al Quirinale.

È così che inizia il capitolo più buio della storia d’Europa.

Antonio Scurati ricostruisce minuto per minuto i momenti che hanno dato inizio alla disfatta del regime fascista. Rievoca la tensione di Mussolini, la paura del re, l’ingenuità di Galeazzo Ciano e di tutti gli altri fascisti.

Attraverso una scrittura tagliente, grondante di passione civile, ripercorre gli antefatti che hanno dato vita al conflitto che ha raso al suolo l’Europa, annientato milioni di persone e trascinato per anni il mondo nelle tenebre. Un’apocalisse iniziata proprio con l’arrivo di un treno a Roma.

Il terzo volume è il più breve, ma non per questo meno incisivo, capitolo di M: una saga non ancora terminata che ha conquistato legioni di lettori.

 

Quella che potrebbe sembrare una scelta commerciale (doveva essere questo l’ultimo volume) costituisce in realtà una scansione drammaturgica necessaria, che dilata i tempi frenetici dei libri di storia per favorire il ritmo del grande romanzo.

In quest’ultima parte,  Scurati racconta un Mussolini stanco, ubriacato di potere e per questo non più lucido. È un dittatore che non riesce più a fiutare gli umori del popolo che governa perché ucciso dalla sua megalomania, una condizione ostacolata però dal sovrano del Reich. Il rosso acceso sostituisce il bianco e il nero delle copertine precedenti, una scelta grafica precisa ed elegante, quasi a simboleggiare il potere fascista sommerso da un nuovo bagno di sangue.

Il senso di inferiorità di Mussolini nei confronti di Hitler è schiacciante. Il Duce si sente umiliato, messo alle strette dal guerrafondaio tedesco, il quale esige risposte immediate. Non c’è più tempo da perdere, il mondo deve essere distrutto, perché solo spazzando via il vecchio si avrà la possibilità di costruire il nuovo.

Vittima della sua incompetenza e di un narcisismo accecante, spinto da una paura che gli toglie il sonno e dalla voglia di rivalsa verso l’Europa ma soprattutto nei confronti del suo perfido alleato, a giugno del 1940, M svelerà al suo popolo e al mondo intero quello che è sempre stato: un criminale.

Il cuore di M: gli ultimi giorni dell’Europa, è proprio il rapporto tra i due tiranni. L’italiano è sanguigno, carnivoro, vizioso, amante sbrigativo adorato da molte ancelle. Il tedesco (di origine austriaca) è vegetariano, per nulla interessato alla sessualità, freddo, lucido, talmente convinto della propria psicopatia da renderla legge. Tra i due c’è tanta stima quanta viscida ipocrisia.

Scurati tratteggia i caratteri con maestria, come nei precedenti capitoli riporta documenti storici, segue scrupolosamente gli avvenimenti senza per questo sacrificare il calore del romanzo e i guizzi della sua prosa.

Ci racconta la danza macabra di due dittatori davanti a un mondo sull’orlo del baratro per la seconda volta. Hitler è preparato, organizzato, sfodera un talento da stratega sbalorditivo. Dopo aver conquistato il potere nel 1933, ora è libero di assecondare quelle che sono da sempre le sue ossessioni: ampliare i territori della Germania e annientare il popolo ebraico.

Il sangue comincia a scorrere, le leggi raziali approvate nel 1938 si abbattono come un flagello nelle carni esposte dei cittadini di religione ebraica. Mussolini tradisce gli italiani, tradisce ogni ebreo e soprattutto molti dei suoi sostenitori più convinti. Delusione perfettamente incarnata da Renzo Ravenna, podestà di Ferrara, da sempre iscritto al partito fascista, che a sue spese (e soprattutto a spese dei suoi figli) scoprirà da un giorno all’altro l’umiliazione e la violenza discriminatoria. Anche Margherita Sarfatti, nobile e storica amante di Benito Mussolini sarà costretta a fuggire.  Perfino Italo Balbo, fascista della prima ora e amante del manganello rimane basito davanti all’approvazione di leggi tanto assurde.

Antonio Scurati

Ma “l’ora delle decisioni irrevocabili” è giunta. Mussolini ha preso una strada senza ritorno che viaggia in parallelo con la follia di Adolf Hitler. Un tunnel buio in cui avanza a tentoni, passo dopo passo, consegnando un Italia assolutamente impreparata e disorganizzata alla completa distruzione.

Memorabile il capitolo dedicato al discorso del 10 giugno 1940. Mussolini in divisa invernale emerge dall’oscurità e si affaccia dal balcone di Palazzo Venezia davanti a una folla osannante.

Pagine straripanti di paura, angoscia e disperazione. Un capitolo in cui l’autore urla il suo disprezzo per il tiranno e piange per il destino sciagurato dell’Italia.

“Vincere!” per Mussolini una parola impegnativa per tutti (tranne lui) che trasvola e accende i cuori dai picchi delle Alpi all’oceano Indiano.

Una parola che invece la storia farà morire negli scoppi dei bombardamenti e nel fumo delle macerie.

Anche questa volta Antonio Scurati a fatto centro.

Non ci resta che attendere la quarta parte della saga di M, sperando che nel frattempo, dagli orrori del passato qualcosa si impari.

 

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Suzuki

La vendetta del professor Suzuki: intrigo e delusione.

“La vendetta del professor Suzuki” è un romanzo di Kotaro Isaka, uscito in Giappone nel 2004 ma arrivato in Italia quest’anno grazie a Einaudi.

Vedendolo accatastato in ordine sugli scaffali delle sezioni thriller di ogni libreria di catena, questo romanzo ha tutte le caratteristiche per attirare ogni appassionato: copertina essenziale ed elegante con due tanto (pugnale da Samurai) incrociato, titolo in rosso al centro su sfondo nero e virgolettati di grandi giornali su bandella a lato capaci di sedurre ogni tipo di lettore.

SuzukiE in effetti, “La vendetta del professor Suzuki” ha un inizio che promette molto bene. Suzuki è un professore che ha perso la moglie, uccisa da un pirata della strada. Decide quindi di infiltrarsi nell’organizzazione responsabile della morte della sua donna per avere giustizia. Parallelamente, diversi killer con progetti e ambizioni simili, vanno a ostacolare il suo cammino, rendendo dunque molto difficili i suoi propositi di vendetta.

Sembra un romanzo da divorare in un fiato, e in effetti non mancano i momenti degni di nota, specie nella parte iniziale, ma  allora perché dopo il primo quarto di libro qualcosa si incrina?

Procediamo con ordine.

l’autore prende in contropiede. Inizia a far parlare i suoi personaggi come vere e proprie radio con frasi e terminologie americaneggianti, quasi volesse fare strizzare l’occhio a Tarantino, senza però riuscire minimamente a eguagliare l’efficacia dei suoi dialoghi, spappolando così il ritmo e facendo prendere al romanzo tutta un’altra piega.

Arrivano poi i sicari: “Il balena” e “Il cicala” sono killer particolari. Il primo è un personaggio sofferente, si porta sempre in tasca una copia di Delitto e castigo (e te pareva) e costringe le sue vittime a suicidarsi. Il cicala è uno psicopatico da manuale, uccide i suoi bersagli con coltello a serramanico ed è specializzato nell’eliminazione di famiglie intere.

Inizialmente i personaggi sono interessanti, delineati, con  una loro visione del mondo, tuttavia la smania dell’autore di caratterizzarli eccessivamente rende questi sicari sempre più indigesti, demolendo il loro potenziale e la loro presa sul lettore.

Suzuki, il protagonista, viene messo da parte quasi subito. Quello che sembrava un personaggio disperato e accecato dalla rabbia, rimane una macchietta: ha le idee chiare alla prima pagina, poi tutto sembra sfumare per lasciare spazio agli altri personaggi.

Kotaro Isaka perde la bussola e non sa più come gestire la sua storia. Sembra essere troppo impegnato a ricordare qualche altro autore (fa l’eco anche a Murakami, come fosse un obbligo) e perde di vista la linea principale del racconto, cioè la vendetta di Suzuki.

La cosa che più delude non sono tanto le promesse non mantenute, è apprezzabile che uno scrittore decida di destrutturare il noir, diminuire l’azione e imboccare strade poco battute dal genere, il problema è costituito dal fatto che la storia sembra perdere consistenza  e soprattutto direzione prima della metà del libro, rendendo estremamente difficoltosa la prosecuzione della lettura.

E un’altro aspetto estremamente doloroso, è che in questo romanzo sembra mancare il Giappone.

Tradizioni e mentalità nipponiche vengono cancellate, lo scrittore dà più importanza alla città: una Tokyo oscura con luci al neon abbaglianti, andando a costruire uno scenario sicuramente intrigante è perfetto per un classico thriller, ma nel quale si muovono personaggi vuoti, che vagano per la città spinti per inerzia dalla mano gelida dell’autore, il quale fa l’errore di essere equilibrato in ogni sfumatura, non si prende troppi rischi e di conseguenza, trasforma il suo romanzo in una storia che poteva essere qualcosa di grande, ma che invece si rivela solo un esercizio venuto male.

“La vendetta del professor Suzuki”  Esce in Italia dopo il successo di un altro libro di Kotaro Isaka, dal titolo “I sette killer dello Shinkansen” sempre edito da Einaudi.

 

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Bianco: il colore della contemporaneità

“Bianco”, è l’ultimo libro di Bret Easton Ellis, scrittore statunitense a autore del bestseller “American Psycho

Bret Easton ellis ha avuto un impatto fortissimo sulla mia scrittura. Ho aspettato “Bianco” per molto tempo.

Bianco” non è un romanzo, ma non per questo è da considerare inferiore ai gradi capolavori di Ellis.

Con questo libro uscito con Einaudi nel 2019, l’autore racconta la contemporaneità mettendosi al centro della narrazione, andando a ripercorrere  il difficile rapporto con il padre, la giovinezza e il successo folgorante di “Meno di zero” nel 1985, romanzo che lo ha catapultato nell’Olimpo dei grandi scrittori americani.

Biografia e confessione

 “Bianco” è una confessione, una riflessione sulla vita di un artista e un’analisi del mondo interno di uno scrittore e  di quella realtà che sceglie di tradurre in letteratura.

Ellis parla della sua infazia, della musica, della letteratura, del cinema e del suo rapporto di amore – odio con i social network. Parla dei suoi amori fugaci e delle storie importanti, narra del trasferimento a New York e della genesi del suo personaggio più famoso: il serial killer Patrick Bateman.

 

Bianco

In queste pagine si ritorna  agli anni Ottanta, il periodo in cui lo scrittore è esploso, gli anni in cui l’enfant prodige si crogiola nel successo senza però riuscire a gestirlo.

È la decade in cui affiorano le sue passioni-ossessioni che diventano il fulcro della sua poetica: la totale disconnessione dal mondo, la cocaina, i party, il sesso e i tradimenti in un continuo gioco di specchi in cui i suoi personaggi (e Ellis stesso) si ritrovano senza distinguere il confine tra realtà e fantasia.

Tutto si confonde andando a formare uno spettro di colori che messi insieme sembrano perdere tono e brlillantezza, formando quel bianco che dà il titolo al libro.

E poi c’è Trump. Uno dei simboli dell’Impero americano, un personaggio capace di cavalcare le epoche e riproporre una politica fuori tempo ma che ha sedotto gli americani dopo la stagione Obama.

Per quanto possa sembrare un memoir sulle imprese di un grande scrittore, “Bianco” è un libro che parla prima di tutto di politica.

Per molti critici, Bret Easton Ellis è uno scrittore fossilizzato all’epoca Reagan, un periodo ormai lontano,  e che di conseguenza non sappia rapportarsi alla contemporaneità.

Leggendo “Bianco” ci si rende conto del contrario.

 Post – Impero

Quella che Ellis definisce epoca “post-Impero” è la stagione che stiamo vivendo. Dopo l’undici settembre, gli Stati Uniti hanno perso la loro supremazia, ma il desiderio che serpeggia nell’animo di ogni americano è la voglia di tornare a controllare il mondo, di spazzare via le macerie con un poderoso colpo di scopa.

Gli americani non riescono a uscire dallo schema buoni contro cattivi, una visione che Ellis ha sempre fatto a pezzi, romanzo dopo romanzo, perchè bene e male sono intercambiabili, si confondono in un gioco di specchi nel caos vorticoso del mondo.

Ecco perché Trump ha vinto nel 2016. Il famoso motto “Make America Great Again” è un chiaro rimando a quel periodo oltrepassato, ma che ha incantato molti americani, anche quelli più progressisti.

Alle elezioni del 2016, Ellis sceglie di non votare.

Continua a  osservare il mondo dal suo attico, beve e twitta frasi al vetriolo,  fa a pezzi i repubblicani ma soprattutto i democratici, rivelando modi di pensare, riti e abitudini di una classe che ama trincerarsi dietro alle mura fragilissime di un perbenismo fasullo, annacquato, che porta il volto degli esponenti del partito.

Oggi,  vedendo le immagini scorrere in televisione, davanti a una crisi internazionale in cui sembra di essere ritornati ai tempi della guerra fredda, il presidente degli Stati Uniti porta il nome di Joe Biden.

Quando si pensava che Trump rappresentasse la totale retrocessione culturale, Joe Biden ha dimostrato che si può scendere ancora più in basso rivelandosi un presidente capace di applicare politiche più restrittive di quelle del suo predecessore davanti ai flussi migratori, oltre a essere un politico che per sganciarsi dall’Afghanistan ha combinato soltanto disastri.

Biden è il volto di un’ America depressa, sconfitta, disgregata, che riesce a farsi umiliare in più di un’occasione.

Biden si sforza di essere giovane, fa finta di essere atletico, sorride, ma sembra che quegli occhi a fessura non riescano a osservare il mondo che lo circonda.

Con “Bianco“, Ellis  ci ha restituito un ritratto triste, mostruosamente cinico ma purtroppo veritiero dell’America contemporanea, un luogo popolato da  cittadini che non riescono a uscire dallo schema rigido e manicheo dei buoni e dei cattivi, una visione che Ellis ha sempre fatto a pezzi, romanzo dopo romanzo, perchè bene e male sono intercambiabili, si confondono in un gioco di specchi nel caos vorticoso del mondo.

Quella ventata di aria fresca che doveva spazzare via Trump e il suo pensiero, si è rivelata una flatulenza fetida, proprio come quella di Biden davanti ai reali d’Inghilterra.

La rabbia di Bret Easton Ellis emerge violentemente attraverso le pagine di “Bianco”. La sua scrittura ripropone con lucidità il declino di una Nazione e di una politica che in apparenza voleva cambiare le cose, ma che durante la sua marcia trionfale è scivolata nella voragine dell’oblio.

Non è un caso che Bret Easton Ellis decida di concludere “Bianco” con una parola che sembra essere un monito a ogni lettore, un invito a non rinunciare alla propria capacità di giudizio e alla propria interiorità.

“Quando ti trovi nel calderone di una rabbia infantile, la prima cosa che perdi è la capacità di giudizio, e subito dopo il buonsenso. E infine perdi la testa e, assieme a questa, la tua libertà.”

 

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Canto di D’Arco: il thriller secondo Antonio Moresco

Antonio Moresco è uno scrittore unico nel panorama letterario italiano. Un autore che si può tranquillamente definire di culto. Un narratore geniale, incontenibile, ribelle, capace di creare un genere a sé rielaborando i canoni classici e creando un suo mondo o meglio, un suo universo. “Canto di D’Arco” è un romanzo edito da SEM e uscito nel 2019. Un thriller che mescola azione, filosofia, orrore, violenza e romanticismo in un rutilante susseguirsi di immagini e situazioni che lasciano il lettore totalmente senza fiato per quasi mille pagine.

Cos’è la morte? Cos’è la vita? Cosa viene prima?

Mi chiamo D’Arco e sono uno sbirro morto“. 

Il confine tra dimensione dei vivi e dimensione dei morti era già stato abbattuto in un libro precedente, “Gli incendiati” e nel successivo “La lucina”. Sono entrambi romanzi brevi, ma che segnano una sorta di spartiacque nella carriera di Moresco, perché in questi libri l’autore riflette sul confine, spesso sottile o praticamente inesistente tra vita e morte. Un elemento poetico che in “Canto di D’Arco” viene  sviscerato, praticamente in tutte le parti di cui è composto

La trama segue, almeno inizialmente, l’impianto classico del thriller: D’Arco presta servizio come  sbirro, ma quando gli viene affidato l’incarico di indagare su alcune sparizioni di bambini, il richiamo all’azione è inevitabile. Il protagonista si arma fino ai denti e intraprende un viaggio che lo porterà a scontrarsi con il male nella sua forma ancestrale. Incontrerà tanti nemici sul suo cammino, ma anche alleati e un nuovo amore, quello che forse è sempre stato l’unico.

Senza alcun dubbio, questo romanzo è uno dei più grandi capolavori di Antonio Moresco. Il genere in “Canto di D’arco” è solo un punto di partenza, un confine ( spesso dovuto a canoni commerciali) che Moresco abbatte consegnando al lettore un viaggio sensoriale, mozzafiato, adrenalinico.

Risulta difficile trovare all’interno della letteratura italiana contemporanea qualcosa di simile, con un’azione tanto spettacolare, una prosa così rutilante e un ritmo tanto vertiginoso.

 “Canto di d’Arco” sembra essere figlio della celebre trilogia “Giochi dell’eternità” di cui fa parte il meraviglioso “Canti del caos” forse l’opera stilisticamente e narrativamente più ambiziosa dello scrittore mantovano. Un lunghissimo libro, che a differenza di “Canto di D’Arco” dove il protagonista è uno, i personaggi principali sono diversi. Caratteri che danno voce a pagine in cui i piani temporali si confondono, facendo precipitare il lettore in un vortice letterario dove si susseguono incubi, violenze inenarrabili e momenti di grande tenerezza.

Canto di D'Arco

 

Le immagini, i personaggi.  

I romanzi di Antonio Moresco sono ricchi di immagini potentissime, figure che si imprimono nella mente del lettore, lasciando campo libero all’interpretazione. Si potrebbe definire una scrittura pittorica, perché sembra quasi di trovarsi davanti a quadri che possono essere decifrati solo attraverso la visione, immagini che colpiscono prima i sensi e poi stimolano il ragionamento.

Durante il suo viaggio, D’Arco incontra figure diverse: ritroviamo l’uomo con la maschera di porcella (già apparso in canti del caos) i killer travestiti da sposi, il bambino muto con la cicatrice al collo, l’uomo di luce, gli ologrammi dell’amore e tanti altri personaggi-immagine che vanno a comporre questa sensazionale esperienza letteraria.

 

L’azione

 L’azione è continua, esplosiva, surreale.  D’Arco  si fa strada a colpi di mitra e pistola all’interno della città dei morti,  un inferno buio in cui il protagonista intraprende senza sosta lunghissimi combattimenti contro trafficanti di bambini, assassini e pervertiti della peggiore specie. D’arco spara, accoltella, insegue, si spinge oltre i suoi limiti, svuota i suoi caricatori contro i carnefici, pratica il male, proprio per sconfiggere il male e trovare il bene in una crepa che possa squarciare tutta quella oscurità.

Le pagine spettacolari ed eleborate, si susseguono velocemente, e arrivano al lettore potenti proprio come una scarica di mitragliatrice. Se nel libro del 2010 “Gli incendiati” l’autore dimostrava brillantemente la sua padronanza nel descrivere le sparatorie e il ritmo dell’azione, in questo romanzo, conferma la sua totale maestria.

 

Ambientazione: tra luce e buio  

Moresco descrivere una metropoli immensa, di cui non si riescono a identificare i confini. Un posto nel quale si susseguono enormi grattacieli fatiscenti e strade buie. Una dimensione dove la notte è talmente buia da essere luminosa e la luce è talmente accecante da diventare buia.

Luce e buio sono due componenti che si susseguono nel corso della lettura, accompagnando D’Arco nel suo viaggio nella città dei morti e poi in quella dei vivi.

In questa storia, il tempo non esiste, o meglio, l’unità di misura che noi utilizziamo per misurare il tempo come lo conosciamo, in questo romanzo viene completamente reinventata, perché la morte si trasforma in vita e la vita nella morte, per poi tornare vita e rituffarsi nella morte. Questo andamento ciclico stordisce ed esalta il lettore in egual misura. È una ridondanza che diventa scelta precisa di stile.

Leggere “Canto di D’Arco” significa accettare di intraprendere un viaggio psichedelico. È un’escursione esaltante, disturbante, folle, ma nella quale può trovare anche la catarsi. Il libro in quanto mezzo fisico è solo uno strumento per aprire delle finestre su altri mondi. In questo capolavoro, Antonio Moresco è riuscito a spalancare una porta su un’altra dimensione. È una lettura da cui non ci si stacca, se ne rimane completamente ipnotizzati, è un sfida tra il lettore e la sua capacità immaginifica in una corsa che non lascia tregua, proprio quello che succede leggendo “Gli increati”, l’ultimo capitolo di “Giochi dell’eternità”, che sembra essere una vera e propria corsa intrapresa dall’immaginazione del lettore al fianco del protagonista.

Davanti ai libri di  Moresco sembra che la lettura sia solo un meccanismo per spalancare delle porte su altre dimensioni,  ma per quanto le opere di Antonio Moresco possano essere visionarie, sono sempre una rielaborazione del mondo in cui viviamo, un mondo dominato dal caos di cui lo scrittore è un lucido osservatore.

Non parliamo di letture rilassanti, ma di esperienze destabilizzanti, quelle che solo la grande letteratura riesce a farci fare. Le battaglie con noi stessi e con il mondo possono essere comprese attraverso le domande che le grandi storie fanno affiorare dentro di noi.

Tutta la letteratura di Antonio Moresco potrebbe essere identificata come un’eterna battaglia per scoprire fino a dove la letteratura si può spingere. Una battaglia che sicuramente vede Moresco vincitore assoluto.

L’ultimo libro uscito edito da SEM è “Stelle in gola” un volume che contenete racconti, incipit di romanzi e riflessioni personali del maestro sul mondo e sulla scrittura.

Live- Libri in diretta: Incontro con Antonio Moresco.

Social

Social e Letteratura: coversazioni con i grandi scrittori

Social e letteraura. la rete è una risorsa importante non solo per condividere contenuti di varie tipologie, ma anche per connettere diverse realtà e farle dialogare.

In quest’ultima parte dell’anno ho avuto l’opportunità di intervistare due autori molto importanti all’interno del mondo letterario italiano: Antonio Moresco e Vanni Santoni.

Giusy Laganà (Viaggi letterari) ha creato questo gruppo quasi un anno fa e ora conta più di mille iscritti. Sono numeri importanti, che ricambiano la passione e la cura che Giusy ripone in tutti i suoi canali, caratteristiche che la contraddistinguono all’interno dell’intrigato mondo della comunicazione e del blogging editoriale.

Le dirette Facebook hanno rappresentato una sorta di ancora di salvezza per il mondo editoriale durante il periodo della pandemia. Quello che sembrava solo un format provvisorio, ha preso piede molto rapidamente, diventanto un metodo utilissimo per la diffusione dei libri anche dopo la riapertura delle librerie.

Sono molti infatti gli autori che concedono delle interviste e presentano i loro titoli attraverso i social network.

Antonio Moresco ci ha presentato il suo ultimo libro “Stelle in gola edito da Sem.

È stata un’occasione non solo per parlare della sua ultima fatica, che raccoglie racconti e frammenti scritti in tanti anni, ma anche per poter scavare all’interno della sua produzione precedente, creando collegamenti con la trilogia “Giochi dell’eternità” di cui fa parte il capolavoro assoluto “Canti del caos” per poi passare a un altro, grandissimo romanzo di Moresco, un libro che riesce a fondere elementi filosofici sfondandano i limiti spazio-temporali della letteratura, oltre a un gigantesca dose di azione che lascia sbalorditi. Canto di D’arco (SEM)  è uno dei romanzi più belli che l’autore mantovano abbia scritto, un libro che merita di essere riscoperto a distanza di due anni dalla sua uscita.

Antonio Moresco ha dato una sua visione lucida e a tratti spietata della società in cui viviamo. Allo stesso tempo però dalle sue parole è emerso una fiduncia incondizionata nei confronti della letteratura e la sua importanza.

Vanni Santoni  ci ha fornito il suo punto di vista a proposito dell’importanza dei social all’interno del mondo editoriale, raccontando il suo percorso e la sua formazione e sottolineando l’importanza delle riviste letterarie e della lettura come unica vera palestra per un’aspirante scrittore.

La conversazione non si è limitata solo all’utilizzo dei social, ma è stata una vera e propria lezione per chi desidera fare della narrazione la sua attività principale, che si tratti della scrittura di romanzi o di critica letteraria per testate online o cartacee.

Abbiamo ripercorso la carriera di Santoni dagli esordi (Personaggi precari, Voland) passando poi per “Gli interessi in comune” fino ad arrivare al romanzo più lungo di Santoni. L’opera- mondo “I fratelli Michelangelo” edito da Mondadori e uscito nel 2019.

Per chi è interessato, consiglio caldamente la lettura di un piccolo, ma importantissimo libro scritto da Santoni: “La scrittura non si insegna” edito da Minumum fax e uscito nel 2020.

In questo manuale, Santoni elenca una serie di regole per affinare la disciplina di un aspirante scrittore, ma soprattutto evidenzia l’importnaza della lettura (con un elenco dettagliato di titoli) come unica vera scuola per chi vuole fare della scrittura il proprio mestiere.

 

Social
Diretta Facebook insieme a Vanni Santoni e Giusy Laganà di Viaggi letterari

Il nuovo romanzo di Santoni, “La verità su tutto” edito da Mondadori, è uscito in libreria il 18 gennaio e ha come protagonista Cleopatra Macini, personaggio già comparso in un’altra opera dell’autore: “Muro di casse” edito da Laterza.

Abbiamo inoltre avuto il piacere di intervistare Alessandro Raveggi, scrittore e studioso fiorentino, che dopo “Grande Karma” uscito con Bompiani nel 2020, è tornato da poco in libreria con il suo nuovo libro “A città del Messico con Bolaño”, uscito con Giulio Perrone editore.

A prescindere da come la si possa pensare, i social rappresentano una possibilità importante per promuovere il proprio lavoro e per diffondere cultura. Proporre un libro o un film, significa condividere esperienze e anche emozioni.

Discutere di cultura significa avere voglia di salvare il mondo, per questo se utilizzati per questa finalità, i social possono essere strumenti importantissimi.

 

Diretta facebook con Antonio Moresco (Stelle in gola)

Diretta facebook con Vanni Santoni

Diretta facebook con Alessandro Raveggi

Diretta con Antonio Moresco (Diario del caos)

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